Il sindacato di categoria chiede alla giunta regionale di fare muro in sede nazionale contro un piano che rischia di trasformare i dottori in burocrati. Promossi gli incentivi economici per chi va a lavorare nelle zone disagiate dell'Isola.
I medici di famiglia sardi incrociano le braccia contro Roma, ma offrono una sponda a Cagliari. Lo stato di agitazione proclamato dalla Fimmg, la federazione che riunisce i dottori di base, ha un bersaglio preciso: il piano di riordino dell'assistenza territoriale in discussione nei ministeri romani. I camici bianchi bocciano senza appello una riforma che rischia di moltiplicare le scartoffie, spezzare il rapporto di fiducia con i pazienti e cancellare la presenza dei medici nei centri più piccoli e isolati.
La preoccupazione guarda direttamente alla mappa dell'Isola. I medici avvertono che applicare in Sardegna un modello sanitario ricalcato sulle esigenze delle grandi metropoli italiane porterebbe al collasso delle campagne. Il comunicato non lascia spazio a dubbi: "La nostra Regione presenta caratteristiche geografiche, demografiche e infrastrutturali peculiari. Modelli costruiti prevalentemente su logiche urbane e centralizzate rischiano di aggravare ulteriormente le disuguaglianze territoriali e la fragilità delle aree interne". A questo proposito, il sindacato lancia un messaggio inequivocabile agli uffici della Regione, chiedendo di piantare i piedi e far valere il peso dell'autonomia nel momento in cui la riforma approderà alla Conferenza Stato-Regioni, il tavolo in cui il governo concorda le leggi con le amministrazioni locali.
Sul fronte interno, invece, il clima con i palazzi cagliaritani rimane disteso. I medici difendono la scelta della giunta di pagare un premio economico a chi accetta di aprire l'ambulatorio nelle sedi disagiate. Il sindacato respinge le accuse di chi bolla l'iniziativa come un fallimento. Ricorda che diverse domande sono arrivate a destinazione e spiega che i problemi strutturali non si risolvono in pochi mesi. Il denaro da solo non basta per tappare i buchi negli organici. Per ripopolare le condotte di campagna serve una manovra che parta dalle aule universitarie e migliori le condizioni quotidiane di lavoro. Le parole del sindacato fissano la regola: "Le politiche sanitarie che affrontano problemi strutturali come la carenza di medici nei piccoli comuni richiedono tempo e continuità".
Il tavolo delle trattative regionali resta aperto e operativo. I medici incassano con favore i primi passi per digitalizzare le ricette dei presidi sanitari e semplificare le cure a domicilio. Il nodo più stretto da sciogliere riguarda ora il futuro delle Case della Comunità, i nuovi poli ambulatoriali di zona, e l'organizzazione delle aggregazioni funzionali territoriali, la sigla burocratica che indica i gruppi di medici chiamati a lavorare in squadra. La posizione del sindacato spazza via le illusioni di cemento. I muri e le carte bollate non curano i malati. Le reti sanitarie funzionano solo se vengono costruite attorno alle esigenze pratiche dei professionisti che ci lavorano dentro.