Se il calcio si abbassa a questi livelli e perde la dignità, perdiamo tutti.
L'editoriale del direttore: "Non bastano i comunicati di solidarietà, chi usa la violenza è un delinquente e deve stare fuori per sempre".
di Sergio Demuru
Certamente non è calcio. Sicuramente non è sport e non può configurarsi ed immedesimarsi in Sardegna. Quello che è accaduto sul campo di Sarroch, dove una giovane direttrice di gara è stata colpita da un dirigente, è una macchia indelebile che nessuna vittoria potrà mai cancellare.
Mentre a Cagliari si respira aria di novità in attesa del nuovo stadio e si sogna il grande calcio, a pochi chilometri dal Capoluogo si consuma l'ennesimo atto di inciviltà. Un dirigente, che per definizione dovrebbe educare e proteggere i valori del gioco, ha scelto la via della violenza contro una ragazza impegnata a far rispettare le regole.
La viltà e il coraggio
Colpire un arbitro è colpire il gioco stesso. Colpire una donna in un campo di calcio è un atto di una viltà senza precedenti. Tutti coloro che gravitano attorno all’ambiente del pallone, ma in generale l’intera comunità, esprimono la massima solidarietà alla giovane arbitro: il suo coraggio di scendere in campo ogni domenica non deve essere calpestato dalla frustrazione di chi non sa perdere o, peggio, non sa vivere.
Sanzioni esemplari
Non bastano i comunicati di solidarietà. Vanno istituite sanzioni esemplari contro determinati personaggi che non sono altro che delinquenti comuni. Chi usa la violenza deve stare fuori dai campi, per sempre.
Il calcio sardo deve isolare questi soggetti: non c’è bisogno di "dirigenti" così. Abbiamo bisogno di rispetto, dignità e sportività. Sul campo di Sarroch, ha perso il calcio. Ed è una sconfitta che fa male a tutti noi.