Nella notte si è spento il primo sardo capace di conquistare il titolo continentale dei pesi leggeri all'Amsicora.
Il ricordo di Mario Guerrini e quell'intervista-testamento del 2024 al nostro Simone Arbus.
di Pasqualino Trubia
Cagliari – Il pugilato non è uno sport per gentiluomini, ma forgia uomini veri. Nel cuore della notte è suonato l'ultimo gong per Tonino Puddu. Se n'è andato in silenzio uno dei giganti della boxe italiana, l'uomo che con un gancio destro trasformò la Sardegna nel centro di gravità del ring continentale. Era il primo sardo a mettersi in vita la cintura di campione europeo dei pesi leggeri (la categoria di peso al limite dei 61 chilogrammi).
Il dolore del cronista
A dare la misura dell'uomo, prima ancora che dell'atleta, è il ricordo commosso di Mario Guerrini, storica voce del giornalismo isolano, che di quella notte trionfale all'Amsicora (il 31 luglio 1971 contro lo spagnolo Miguel Velasquez) fu testimone oculare.
Guerrini affida il suo dolore a un messaggio asciutto e sincero:
«Lo sport sardo perde un campione. Nel cuore della notte ci ha lasciati Tonino Puddu, una delle stelle del pugilato italiano. È stato campione italiano ed europeo dei pesi leggeri. Titolo, quest'ultimo, conquistato allo stadio Amsicora di Cagliari il 31 luglio del 1971. Io c'ero. Con Tonino eravamo grandi, grandissimi amici. Veniva dal quartiere storico cagliaritano di Villanova. Eravamo molto legati. Un'amicizia forte e sincera. Che non si è mai spenta. L'ultima volta che ci siamo visti è stata esattamente un anno fa a Monserrato. Era una serata dedicata a Fortunato Manca, un altro grande protagonista della boxe. Sono costernato per la scomparsa di Tonino. Esprimo la mia più affettuosa vicinanza alla moglie Rita ed ai figli Alessandro e Carla. Ciao Tonino».
L'intervista testamento
Per capire di che pasta fosse fatto Tonino Puddu, non servono i necrologi di circostanza. Bastano le sue stesse parole. Due anni fa, il 4 luglio 2024, il nostro Simone Arbus andò a intervistarlo per riavvolgere il nastro di una carriera che lo portò fino a Los Angeles, a sfidare i pugni americani per il titolo mondiale WBC.
Puddu raccontò ad Arbus la fame e il sudore di un'epoca in cui non esistevano i preparatori atletici col tablet:
«In quel periodo, fine anni '50, l'Amsicora attirava circa 40 mila spettatori. Ho iniziato a combattere all'età di 15 anni. Ho attraversato tutte le serie, da novizio a dilettante fino al titolo europeo. Facevo decine di chilometri correndo e allenandomi, e poi di sera in palestra. Il pugilato era parecchio diverso allora».
La scorrettezza e il mito
Il suo marchio di fabbrica era il destro pesante. Un colpo da knock-out che addormentava gli avversari. Lo ricordava con la freddezza chirurgica di chi conosce i propri ferri del mestiere:
«Tutti i più grandi pugili, tra i quali Sugar Ray Robinson, sono arrivati a combattere nei pesi medi ma hanno iniziato dai pesi leggeri. Lo stesso Ken Bekman con un mio destro ha piegato le gambe. Non sono mai stato contato da dilettante, da professionista sono stato contato solo tre volte. Ero sicuro del mio destro, ma se devo scegliere uno [l'avversario più ostico, ndr], direi un italo-australiano al Pala Lido di Milano. Parecchio scorretto, non mi faceva combattere come desideravo io».
Alla domanda su chi fosse il dio incontrastato della nobile arte, Puddu non ebbe dubbi, svelando anche un incontro ravvicinato da pelle d'oca:
«A mio parere, il più forte di tutti i tempi è stato Mohamed Ali. Mi piace ricordare il mio caro amico Sugar Ray Robinson, che conobbi nel 1964 nella palestra pugilistica del Flaminio. Era davvero forte, lo vidi combattere a Roma al Palasport e rimasi impressionato. Poi ricordo Pavilla, il francese che affrontò Fortunato Manca per il titolo europeo. Vinse Fortunato Manca per KO alla sesta ripresa, ma il francese era pericolosissimo».
Oggi il destro di Villanova ha abbassato la guardia per sempre. Alla moglie Rita e ai figli Alessandro e Carla restano l'affetto di un'isola intera e la certezza che, nella storia dello sport sardo, il nome di Tonino Puddu non andrà mai al tappeto.