Indagine Confartigianato: l'83% degli anziani è connesso ogni giorno. Mellino: «Utile per non sentirsi soli, ma non sostituisce la stretta di mano. E sulla sicurezza c'è troppa fiducia mal riposta»
CAGLIARI – C’era una volta il nonno seduto sulla panchina del parco, con il giornale piegato in quattro e lo sguardo rivolto al passeggio. Quell’immagine, romantica e un po’ stantia, va archiviata. Oggi il pensionato sardo ha la testa china su uno schermo luminoso e le dita che scorrono veloci (o quasi) su WhatsApp.
A certificare la mutazione antropologica è l’indagine "Nonni Digitali", realizzata da Di.Te. e Anap Confartigianato. I numeri sono di quelli che non ammettono repliche: l'82,7% degli anziani usa lo smartphone ogni giorno. E non lo usa solo per chiamare il figlio e chiedere "come stai", ma ci passa ore (lo ammette il 40,6% del campione).
La solitudine curata col silicio
Perché questo amore improvviso per la tecnologia? La risposta è amara, come spesso accade quando si gratta la superficie della società: solitudine.
Il telefonino è diventato il compagno di giornata. Il 21,7% degli intervistati confessa che quel rettangolo di vetro li fa sentire meno soli. Serve a riempire i vuoti, a organizzare la giornata, a ricordare le pastiglie da prendere (lo fa il 44%).
Giovanni Mellino, presidente di Anap Confartigianato Sardegna, coglie il punto con lucidità: «Questa ricerca dimostra chiaramente che i nonni non sono affatto ai margini della rivoluzione digitale, ma ne sono pienamente coinvolti. Lo smartphone è entrato stabilmente nella loro vita».
Tuttavia, c'è un "ma". «Quando la tecnologia diventa la principale risposta alla solitudine – avverte Mellino – significa che quella solitudine è già strutturata. Il digitale può attenuare il disagio, ma non può sostituire le relazioni reali, il contatto umano, la partecipazione alla vita sociale».
Tradotto: un "mi piace" su Facebook non vale una stretta di mano al bar, né una carezza ai nipoti.
L'ansia da notifica
C'è poi il rovescio della medaglia. I nostri anziani, che una volta avevano i tempi lenti della saggezza, stanno cadendo nella frenesia che ammorba i nipoti. Il 38,8% si sente obbligato a rispondere subito ai messaggi, e se dimentica il telefono a casa va in ansia (34%).
«Anche gli anziani stanno entrando nella logica dell’urgenza digitale – osserva il Presidente – una pressione silenziosa che può generare stress, ansia e difficoltà nel riposo».
Il pericolo dei raggiri
Infine, la nota dolente della sicurezza. I "nonni" appartengono a una generazione abituata a fidarsi della parola data. Sul web, questa virtù diventa un tallone d'Achille. Il 31,7% incappa spesso in truffe o notizie false, eppure quasi la metà è convinta di saper gestire la propria privacy. Un eccesso di sicurezza che può costare caro.
«C’è una discrepanza evidente tra la percezione di sicurezza e la reale vulnerabilità – spiega Mellino –. Gli anziani sono spesso più fiduciosi, cresciuti in un contesto in cui la parola aveva valore. Questo li espone maggiormente a raggiri».
La morale
Che fare, dunque? Tornare ai segnali di fumo? Certo che no. La tecnologia va governata, non subita. «Il messaggio che emerge con forza è che la tecnologia non va demonizzata, ma accompagnata», conclude Mellino.
Servono corsi, serve spiegare i rischi, ma soprattutto serve che i figli e i nipoti si ricordino che un messaggio su WhatsApp è comodo, ma la presenza fisica è insostituibile. Perché la solitudine non si cura con i Giga.