Giù le mani dalle doppiette. I cacciatori al contrattacco: «Basta fandonie, noi siamo la cura, non il male»

Replica di fuoco dell'Associazione Cpt agli ambientalisti: «Il sabato extra non è un regalo politico, ma un diritto. La tesi che sparare aumenti i cinghiali? Uno slogan ideologico smentito dalla scienza»

CAGLIARI – Nel dibattito sulla caccia, che in Sardegna assomiglia sempre più a una guerra di religione, mancava la voce degli imputati. Dopo l'attacco frontale del Gruppo d'Intervento Giuridico (GrIG), che aveva bollato il decreto regionale per il sabato extra di caccia (previsto per oggi, 31 gennaio) come un favore politico dannoso e controproducente, le doppiette rispondono colpo su colpo.

A prendere carta e penna è l'Associazione CPT (Caccia Pesca e Tradizioni Sardegna). Il tono del presidente regionale, Marco Efisio Pisanu, non è quello di chi chiede scusa, ma di chi rivendica un ruolo e si è stancato di fare da capro espiatorio. La lettera inviata agli ambientalisti e alla Regione è una diffida contro quelle che definiscono affermazioni «inesatte, strumentali e fuorvianti».

Nessun "regalo" della politica Il primo punto da chiarire, per i cacciatori, è politico. Il GrIG aveva parlato di "pressioni del mondo venatorio" per ottenere la giornata supplementare. Falso, risponde Pisanu. Questo 31 gennaio non è una concessione, ma un atto dovuto che «avrebbe dovuto essere inserito sin dall’origine nel calendario venatorio regionale 2025–2026». Il CPT aveva dimostrato carte alla mano la liceità giuridica di quella data. Dunque, il decreto assessoriale di gennaio non è un cedimento, bensì «un intervento correttivo e coerente» per riparare a una dimenticanza iniziale. Insomma, la Regione non ha fatto favori, ha solo applicato la legge.

La scienza e l'ideologia Ma lo scontro vero è sulla biologia. Gli ecologisti sostengono la tesi del paradosso: "Più ne ammazzate, più aumentano". Per i cacciatori, questa è pura fantasia, o meglio, «decenni di letteratura scientifica ignorati o volutamente travisati». Secondo il CPT, affermare che la caccia moltiplichi i cinghiali «non ha alcun fondamento scientifico generalizzabile» ed è ormai utilizzato «in modo meramente ideologico, come slogan». Le cause dell'invasione dei cinghiali sono altre, spiegano: la mancanza di un prelievo efficace, la frammentazione del territorio e, soprattutto, la "disponibilità alimentare antropica" (leggi: la spazzatura che lasciamo in giro).

Sicurezza e allarmismi C'è poi il capitolo, doloroso, degli incidenti. Gli ambientalisti avevano evocato un "rosario di morti e feriti". Pisanu respinge l'accusa al mittente, parlando di argomento «emotivo anziché oggettivo». I dati ufficiali – sostengono i cacciatori – dicono che «gli incidenti di caccia si collocano agli ultimissimi posti nella graduatoria delle attività all’aperto». Andare per boschi col fucile, se si rispettano le regole stringenti e i corsi di formazione, sarebbe statisticamente meno pericoloso di altre attività ricreative. Agitare lo spettro della sicurezza pubblica, per il CPT, «significa alimentare allarmismi, non tutelare i cittadini».

Il ruolo del cacciatore L''associazione ricorda che il prelievo venatorio non è un hobby barbarico, ma uno «strumento di gestione riconosciuto dalla normativa nazionale ed europea». Il messaggio finale agli ambientalisti del GrIG è secco: il confronto è legittimo, ma deve avvenire «su basi corrette e non ideologiche». La partita resta aperta. Da una parte chi vede nel fucile la causa del disastro, dall'altra chi lo considera l'unico argine rimasto. Nel mezzo, i cinghiali, che ringraziano per i rifiuti e continuano a prolificare.

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