..E gli offrirono in dono oro, incenso e mirra...

  La parola Epifania significa «manifestazione». Gesù Bambino, come chiamò i pastori ad adorarlo nella grotta di Betlemme, mediante il canto degli angeli, così, con il linguaggio persuasivo di una stella, attrae a sé e si manifesta alle genti, chiamando dall’Oriente i Re Magi. È festa per il Bambino Gesù che, per mezzo dei doni a lui offerti dai Re Magi - oro, incenso e mirra - viene riconosciuto come vero Dio, vero Re e vero Uomo. È festa per i nostri bambini che, come è tradizione almeno in alcune regioni, oggi sono fatti segno di particolare attenzione, con regali e donativi che suscitano esplosioni di gioia e con tanti segni di affetto verso i generosi babbi natali. Solo nel cuore di Erode c’è turbamento, come nel cuore di chiunque si lasci dominare dalla passionalità. Forse anche a molti bambini che vivono nella povertà più squallida non giungono queste voci di festa. L’immagine dei Re Magi – Gaspare, Melchiorre e Baldassarre che avanzano nel presepe seguendo la stella – è talmente radicata nell’immaginario collettivo da sembrare “sempre esistita”. In realtà, dietro queste tre figure si nasconde un intreccio affascinante di Bibbia, storia, teologia e tradizioni popolari, cresciuto nei secoli a partire da un racconto sorprendentemente sobrio: quello del Vangelo secondo Matteo. L’unica fonte canonica che parla dei Magi è il Vangelo di Matteo (2,1-12). Nessun altro Vangelo ne fa menzione Il Vangelo non dice che sono re. Li chiama semplicemente Magi. Non dice quanti siano. Si parla solo al plurale. Il numero tre è una deduzione successiva, fondata sui tre doni.

  Non riporta i loro nomi. Gaspare, Melchiorre e Baldassarre appartengono alla tradizione posteriore. Già questo mostra come il nucleo originario sia teologicamente essenziale e narrativamente sobrio: alcuni sapienti stranieri che riconoscono, per primi fra i pagani, la regalità di Gesù. Il termine greco usato da Matteo è màgoi. Nell’antica cultura persiana e meda, i Magi erano una classe di sacerdoti, legati al culto zoroastriano, esperti di astronomia e interpretazione dei sogni. In questa prospettiva, il racconto di Matteo mostra uomini che partono da ciò che conoscono – le stelle – per cercare qualcosa che li supera. La loro sapienza, pur “pagana”, è aperta a lasciarsi condurre verso una rivelazione più grande. La stella è il grande elemento scenico del racconto, ma nel linguaggio biblico ha un valore simbolico molto forte. Nel mondo antico, una nuova stella poteva essere interpretata come segno della nascita di un grande re. Alcuni studiosi hanno ipotizzato eventi astronomici reali (comete, congiunzioni planetarie) che potrebbero aver ispirato il racconto, ma l’intento di Matteo appare primariamente teologico. Nel presepe, i Magi arrivano sempre per ultimi, quando la notte di Natale sembra già alle spalle. Eppure completano il quadro: mostrano che quel bambino non è solo il centro di una scena familiare, ma il punto d’arrivo di un movimento più grande, che viene da lontano e abbraccia il mondo intero. Nel loro camminare dietro a una stella, tra errori, domande, sorprese e cambi di rotta, molti riconoscono ancora oggi la trama discreta della propria ricerca. E forse è questo il segreto del loro fascino: i Magi sono, in fondo, la storia di ogni uomo e di ogni donna che osa mettersi in viaggio quando nel cielo della propria esistenza appare, improvvisa, una luce nuova.

Cultura

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