Marzo segna il ritorno della luce, quando Marte apre la strada alla primavera e i riti antichi celebravano la rinascita della terra.

Il mese di marzo prende il nome dal dio romano Marte, divinità della guerra ma anche del territorio, dei raccolti e della fertilità. Nell’antico calendario romano, il mese di marzo era il primo dell’anno, che cominciava il 1º marzo e non il 1º gennaio come oggi. Questa scelta non era casuale: marzo cadeva in un momento di svolta, quando la natura si risvegliava e si preparava la nuova stagione agricola. Le origini del nome risalgono al latino «Martius mensis», cioè “mese di Marte”. Marte era visto come un dio protettore della comunità, legato alla forza militare ma anche alla crescita delle messi, perché la guerra e la difesa del suolo erano strettamente collegate alla sopravvivenza.

Nel mondo antico, il passaggio da marzo alla primavera era scandito da molte feste pagane legate alla rinascita della natura e al ritorno della luce. Tra le più celebri: le Matronalia (1º marzo): festa romana dedicata alle matrone (donne sposate), in onore della dea Giunone e della femminilità protettiva. Era un giorno di celebrazioni familiari, offerte e doni tra coniugi. Le Liberalia (17 marzo): festività in onore del dio Liber, legato alla fertilità, alla vinificazione e alla libertà. Si celebravano anche i giovani che compivano 16 anni, simbolo di ingresso nell’età adulta. Le Feralia (parte delle Parentalia, febbraio–marzo): iniziavano come commemorazioni dei defunti, ma si collegavano al ciclo di morte e rinascita della natura, caratteristico del passaggio verso la primavera. In molte tradizioni pagane precedenti ai Romani, il risveglio della natura era spesso associato a riti di purificazione, canti, processioni e offerte agli dei per garantire buoni raccolti. Con il tempo, alcune di queste usanze furono “riadattate” nel calendario cristiano: pensiamo, per esempio, alla vicinanza di marzo con la quaresima e la Pasqua, che mantengono il tema della rinascita simbolica dopo un periodo di morte o inverno.

I Matronalia erano una festa religiosa romana celebrata il 1º marzo in onore di Giunone Lucina, dea del matrimonio, del parto e della maternità. La festa era legata alla dedica del tempio di Giunone Lucina sull’Esquilino, tradizionalmente fissata al 1º marzo del 375 a.C., ed era considerata anche una celebrazione della pace seguita al Ratto delle Sabine, che avrebbe portato al matrimonio tra Romani e Sabine. I Matronalia simboleggiavano la sacralità del matrimonio, della maternità e della pace familiare, e venivano istituiti da Roma antica come modo di riconoscere il ruolo delle donne nella società. Nel giorno dei Matronalia le matrone (donne sposate cittadine) si recavano al tempio di Giunone Lucina sull’Esquilino portando fiori, incenso, ghirlande e talvolta ornamenti per la statua della dea, pregando per la salute dei figli e per la gloria dei mariti.  La festa era in gran parte riservata alle donne: i celibi** e le cosiddette “donne di facili costumi” erano esclusi, mentre gli schiavi godevano di un giorno di libertà e venivano serviti dalle stesse padrone, spesso in piccoli banchetti domestici. Nel corso dei Matronalia era usanza che i mariti facessero doni alle mogli e i figli alle madri, replicando il rituale del matrimonio in cui lo sposo offriva doni alla sposa e riceveva in cambio lode.  L’intera giornata era quindi un’inversione parziale dei ruoli usuali: la matrona, “mater familias” e “domina” della casa, assumeva un ruolo centrale, mentre la festa ribadiva il legame fra culto domestico, nascite e continuità della famiglia. 

Cultura

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