Il rapporto di Itinerari Previdenziali conferma una forte concentrazione dell’Irpef. Ma trasformare chi non versa questa imposta in un cittadino mantenuto dagli altri significa confondere redditi, tributi e diritti.
Trenta contribuenti su cento versano quasi ottanta euro ogni cento di Irpef. Il dato merita attenzione, soprattutto da parte di chi, ogni mese, vede le trattenute sullo stipendio o sulla pensione. Va però letto per quello che misura: l’imposta sui redditi delle persone fisiche. Attribuire a quei contribuenti l’ottanta per cento di tutte le spese dello Stato cambia il significato della statistica.
L’Osservatorio di Itinerari Previdenziali, presentato il 24 settembre al Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro insieme alla Cida, la confederazione dei dirigenti e delle alte professionalità, esamina i redditi del 2024 dichiarati nel 2025. Secondo l’analisi, il 30,22% dei contribuenti, con redditi superiori a 29 mila euro, versa il 78,67% dell’Irpef. Restringendo il gruppo a chi dichiara almeno 35 mila euro, il 18,78% dei contribuenti sostiene circa il 65% dell’imposta.
La concentrazione è evidente. Per giudicarla occorre però distinguere la progressività dall’evasione. La prima chiede un contributo maggiore a chi dispone di maggiori risorse. La seconda permette a qualcuno di sottrarsi al contributo dovuto. Confonderle rende più difficile capire dove intervenire.
L’articolo 53 della Costituzione lega la partecipazione alle spese pubbliche alla capacità contributiva e stabilisce che il sistema tributario sia ispirato alla progressività. Un reddito modesto può quindi comportare un’imposta molto bassa o nulla senza che vi sia alcuna irregolarità. È una scelta del sistema fiscale, che tiene conto delle condizioni economiche delle persone.
C’è poi un equivoco più grossolano: chi non versa Irpef non è necessariamente privo di reddito e non è automaticamente esente da ogni tributo. Esistono redditi tassati con imposte sostitutive, come accade nel regime forfetario o, per determinate locazioni, con la cedolare secca. Il denaro arriva comunque al fisco, attraverso una voce diversa.
Anche chi ha un reddito insufficiente per pagare Irpef sostiene imposte attraverso i consumi. Quando acquista un prodotto soggetto a Iva, nel prezzo paga anche l’imposta sul valore aggiunto. Dire che non contribuisce a nulla cancella questa parte del prelievo. Il bilancio pubblico, del resto, raccoglie entrate da diverse imposte: il gettito Irpef ne rappresenta una componente.
Occorre prudenza anche nel passaggio dai contribuenti all’intera popolazione. Tra i residenti ci sono bambini, studenti e persone economicamente dipendenti dai familiari. Contarli insieme agli adulti che producono reddito può descrivere quante persone beneficiano della redistribuzione; non permette di stabilire quante si sottraggano ai propri obblighi.
Persino la percentuale del 46%, circolata nelle sintesi giornalistiche, non torna con i numeri che l’accompagnano. I 34,1 milioni di versanti e i 24,8 milioni di altri residenti richiamati nella ricostruzione sommano circa 58,9 milioni: su questa base, i secondi rappresentano approssimativamente il 42%. Prima di ricavarne un giudizio sugli italiani, bisogna almeno far tornare la divisione.
Rimane una questione politica importante. Chi dichiara integralmente il proprio reddito ha diritto a un sistema che non lo penalizzi rispetto a chi nasconde guadagni, beneficia indebitamente di agevolazioni o elude i controlli. Ha inoltre diritto a sapere come vengono impiegate le risorse raccolte. Un servizio inefficiente ferisce la fiducia di chi lo finanzia e danneggia chi ne ha bisogno. Ma il diritto di chiedere una sanità funzionante appartiene anche a chi non deve versare Irpef. Un disoccupato può protestare per una visita che non arriva. Un genitore con pochi mezzi può pretendere una scuola adeguata per suo figlio. La loro voce non vale meno perché la loro dichiarazione dei redditi pesa meno.
Essere orgogliosi di contribuire ai servizi comuni è una posizione civile. Quell’orgoglio diventa più solido quando distingue le condizioni delle persone: chi può pagare deve farlo, chi è in difficoltà deve essere sostenuto, chi evade deve risponderne. Per individuare quest’ultimo servono accertamenti. Il solo importo dell’Irpef versata non basta.