Alla Festa sarda dell’Unità la presentazione de La sciamana diventa un confronto sul futuro dell’Europa. Il responsabile Esteri del PD richiama Gramsci, mentre Giannini punta il dito contro il progressivo abbandono delle fasce sociali più deboli.
ALGHERO - Il vecchio ordine scricchiola, quello nuovo non si vede ancora. Peppe Provenzano sceglie Gramsci per leggere il ritorno dei nazionalismi e delle guerre; Massimo Giannini guarda invece alle responsabilità della sinistra. Alla Festa sarda dell’Unità, la presentazione di un libro diventa così una discussione sulla crisi delle democrazie europee.
L’incontro, inserito nel programma della manifestazione, è nato attorno a La sciamana, il libro nel quale Giannini analizza l’ascesa di Giorgia Meloni e il rapporto politico e culturale tra la destra italiana e il trumpismo.
A dialogare con il giornalista c’era Peppe Provenzano, responsabile Esteri della segreteria nazionale del Partito democratico. A condurre il confronto Carla Bassu, docente universitaria e direttrice della Scuola di Politiche.
Provenzano è partito da Antonio Gramsci, il pensatore sardo che nei Quaderni del carcere descriveva i “fenomeni morbosi” prodotti da un passaggio storico nel quale il vecchio sistema perde forza e quello nuovo non riesce ancora a nascere. In parole più semplici: quando una società non riconosce più il proprio ordine ma non ne ha costruito un altro, il vuoto può essere occupato dalla paura e dalle risposte autoritarie.
«Siamo dentro una crisi nella quale tornano quei fenomeni morbosi di cui parlava Gramsci. I nazionalismi portano alle guerre e le guerre, a loro volta, producono e alimentano nazionalismo».
Il ragionamento proposto ad Alghero torna al 1989, alla caduta del Muro di Berlino e alla fine dell’Unione Sovietica. In quegli anni si diffuse in Occidente la convinzione che la democrazia liberale e l’economia di mercato avessero ormai vinto la loro battaglia definitiva. La storia, che ha il vizio di non rispettare i programmi dei vincitori, si è poi incaricata di complicare il quadro.
Le crisi economiche, le disuguaglianze, le guerre e l’indebolimento delle protezioni sociali hanno progressivamente scavato una distanza tra cittadini e istituzioni. Provenzano non ha però attribuito ogni responsabilità agli avversari politici:
«Responsabilità ci sono state anche a sinistra».
Il riferimento è alle scelte compiute dalle classi dirigenti progressiste durante le trasformazioni economiche degli ultimi decenni. Secondo l’analisi emersa nel confronto, i costi delle crisi sarebbero ricaduti soprattutto sui lavoratori e sulle fasce meno abbienti: proprio quel pezzo di società che la sinistra avrebbe dovuto rappresentare e difendere.
Giannini ha insistito su questo punto. Una parte del mondo progressista, ha osservato, avrebbe confidato troppo a lungo nella capacità del mercato di trovare autonomamente il proprio equilibrio, mentre salari, sanità, scuola pubblica e sistemi di protezione sociale perdevano terreno.
«La sinistra si è occupata sempre più del governo e sempre meno dei bisogni delle classi sociali che rappresentava».
In quello spazio politico e sociale, secondo Giannini, sono cresciute le destre nazionaliste, capaci di trasformare insicurezza, rancore e timore del futuro in consenso.
Il giornalista ha ripercorso anche l’ascesa di Giorgia Meloni, dagli inizi elettorali di Fratelli d’Italia attorno al 2 per cento fino alla conquista di Palazzo Chigi.
È la traiettoria affrontata in La sciamana. Meloni, l’ultima trumpista: fenomenologia della destra illiberale. Il richiamo a Donald Trump non indica soltanto un rapporto internazionale: nella lettura proposta da Giannini descrive una politica fondata sulla personalizzazione della leadership, sul conflitto permanente e sulla ricerca di un avversario al quale attribuire paure e fallimenti. Si tratta della tesi sostenuta dall’autore, non di una definizione neutrale o condivisa da tutti.
Carla Bassu ha portato il confronto sul tema dell’astensionismo, cioè sulla quota sempre più ampia di cittadini che rinuncia a votare. Un fenomeno che non misura soltanto disinteresse, ma può segnalare sfiducia nella capacità della politica di incidere sulla vita quotidiana.
La risposta indicata durante l’incontro non è stata il rimpianto per una sinistra scomparsa, ma un nuovo “dovere della speranza”: un’Europa capace di proteggere le persone e una politica democratica che torni a occuparsi di salari, welfare, sanità e scuola, invece di limitarsi a indicare nemici e capri espiatori.
Il problema, per i progressisti, resta tutto qui. Non basta denunciare le paure sfruttate dagli altri. Bisogna tornare a rappresentare chi quelle paure le vive.