Nel pomeriggio del 21 gennaio 2026, un evento straordinario ha arricchito il patrimonio archeologico del Sud Sardegna. La violenta azione erosiva del moto ondoso generato da una mareggiata ha fatto riaffiorare dalla sabbia della spiaggia di Sa Colonia, nel comune di Domus De Maria, due tombe fenicie e diversi reperti archeologici rimasti sepolti per millenni. I carabinieri della stazione locale, prontamente intervenuti, hanno messo in sicurezza l'area, attivando le procedure previste per la tutela dei beni culturali. Personale specializzato della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio ha quindi effettuato un primo sopralluogo tecnico, confermando l'importanza della scoperta e disponendo le operazioni di scavo scientifico per i giorni successivi.
Dalle valutazioni preliminari visive, i resti sarebbero riconducibili all'epoca fenicia, confermando ancora una volta la straordinaria stratificazione storica del litorale sud-occidentale dell'Isola. La battigia di Sa Colonia ha così restituito, come già avvenuto nel 1926, testimonianze della civiltà che dominò il Mediterraneo occidentale tra il VII e il VI secolo a.C.
L'area di Sa Colonia appartiene all'antica città di Bithia, nota oggi come Chia, uno dei più importanti insediamenti fenici della Sardegna. Fondata attorno al 720 a.C., Bithia rappresentava una posizione strategica di controllo sul Mediterraneo centrale, caratterizzata da un promontorio collinare affacciato al mare, un eccellente porto fluviale e un retroterra protetto dai monti Sa Guardia. La scelta del sito non era casuale: rispecchiava i criteri di occupazione territoriale fenicia, che si concentrava sulle coste più importanti con il duplice scopo di controllare le rotte commerciali e proteggere i propri insediamenti.
L'insediamento di Bithia si sviluppò nel corso di circa mille anni. Dopo la fase fenicia arcaica (VII-VI secolo a.C.), la città continuò a prosperare durante l'epoca punica (dal V secolo a.C. fino alla conquista romana nel 238 a.C.), per poi rimanere attiva durante l'età romana fino all'abbandono definitivo tra il IV e il V secolo d.C.. Questo continuo palinsesto abitativo conferisce al sito un valore storico eccezionale per lo studio dell'evoluzione del Mediterraneo antico. La riscoperta moderna di Bithia è strettamente legata alle mareggiate: fu infatti una violenta tempesta marina nel 1926 a portare in superficie i primi resti, attirando l'attenzione dello studioso Carlo Percy d'Allata. L'archeologo Antonio Taramelli condusse poi le prime campagne di scavo sistematico tra il 1928 e il 1933, mettendo in luce una porzione significativa della necropoli fenicia e parte della città di epoca romana. Questi lavori rappresentarono un momento cruciale nella storia archeologica della Sardegna, inaugurando decenni di ricerche che continuano ancora oggi.
A partire dal 1974, la Soprintendenza Archeologia avviò uno scavo sistematico della necropoli lungo l'arenile sudorientale, indagando oltre 300 tombe e accumulando una documentazione eccezionale sui riti funerari, i corredi e la vita materiale della comunità fenicia. I rinvenimenti hanno permesso di ricostruire dettagliatamente le pratiche sepolcrali: nella fase arcaica (VII-VI secolo a.C.) prevaleva il rito della cremazione, praticato sia in fosse scavate nel terreno che in ciste di pietra, mentre nell'epoca punica successiva si diffuse il tipo di sepoltura a "cassone", con grandi lastre di pietra disposte ai bordi delle fosse contenenti i defunti e il loro corredo funebre.
Le tombe fenicie di Bithia erano strutture generalmente semplici: fosse scavate nella sabbia o nella roccia, talvolta coperte da lastroni. La ricchezza della documentazione archeologica risiede nei corredi funerari, che includevano ceramiche, vasi, anfore, lucerne e strumenti di uso quotidiano. Questi oggetti, accuratamente deposti accanto ai defunti o con le loro ceneri, costituiscono una finestra privilegiata sulla vita materiale e sulle credenze religiose della comunità.
Il rito della cremazione, predominante nella fase fenicia, suggerisce una continuità con le tradizioni religiose e culturali delle comunità fenicie provenienti dal Levante. Tuttavia, la documentazione archeologica mostra anche forme di sincretismo e adattamento al contesto locale, particolarmente evidente nella fase punica quando la pratica dell'inumazione divenne più frequente. Questo cambiamento potrebbe riflettere il consolidarsi dell'influenza cartaginese sulla Sardegna dopo il controllo punico sull'isola dal V secolo a.C. in poi.
Bithia era uno dei principali presidi costieri fenici in Sardegna, insieme a Nora, Sulki, Tharros e altri insediamenti. Questi centri formavano una rete strategica di controllo della costa sarda, garantendo ai Fenici il dominio dei traffici marittimi e l'accesso alle risorse minerarie dell'isola, particolarmente il piombo e lo stagno provenienti dalle zone interne. La città era difesa da due cinte murarie e comprendeva un'acropoli con tre piazze e un'area sacra. Nella zona si ergeva il tempio dedicato a Bes, il dio nano corpulento della fertilità e della protezione, la cui imponente statua in arenaria è oggi conservata presso il Museo Archeologico di Cagliari.
In prossimità dell'isolotto di Su Cardolinu, ulteriore testimonianza dell'importanza religiosa del sito, si trovano i resti del tophet, il santuario fenicio dove si praticavano sacrifici rituali e si conservavano nelle urne le ceneri di bambini e animali, pratica che rifletteva l'impegno della comunità verso le divinità protettrici. La necropoli stessa, con i suoi oltre 300 sepolcri, rappresenta uno dei migliori contesti documentati per lo studio della cultura funeraria fenicia nel Mediterraneo occidentale.
La scoperta odierna, come quella del 1926, illumina un paradosso contemporaneo: mentre l'erosione costiera accelerata dal cambiamento climatico rappresenta una grave minaccia per la conservazione del patrimonio archeologico, allo stesso tempo riporta in superficie testimonianze che altrimenti resterebbero inaccessibili. In Sardegna, l'aumento delle temperature, la variazione delle precipitazioni e l'intensificazione degli eventi climatici estremi accelerano fenomeni di erosione che colpiscono particolare duramente i siti costieri come Bithia. L'innalzamento del livello del mare, unito a mareggiate sempre più violente, sottopone i resti archeologici a processi di degradazione accelerata.
Tuttavia, questi stessi fenomeni, quando correttamente gestiti dalle autorità competenti, permettono il recupero di materiali che forniscono dati stratigrafici e archeologici di eccezionale valore. La scoperta di gennaio 2026 rappresenta quindi un'opportunità scientifica di fronte a una sfida climatica globale: i reperti che emergono devono essere prontamente documentati, scavati con metodologia scientifica rigorosa e conservati per garantirne la trasmissione alle generazioni future.