Querele facili, giustizia bloccata: l'Italia campione europeo delle cause bavaglio

  L'Italia detiene un primato di cui farebbe volentieri a meno: per il secondo anno consecutivo è il Paese europeo con il maggior numero di azioni legali temerarie, le cosiddette SLAPP (Strategic Lawsuits Against Public Participation), utilizzate per silenziare giornalisti, attivisti e chiunque osi denunciare il potere. Un meccanismo sottile ma devastante, che non sempre finisce in aula — eppure funziona sempre. Nel 2024 l'Italia ha registrato 21 casi di SLAPP documentati, uno in più della Germania (20), su un totale europeo di 167 azioni legali temerarie. Dal 2010 a oggi il conteggio complessivo in Europa sale a 1.303 casi, contro i 1.049 rilevati fino al 2023. Un'accelerazione che non è casuale: secondo la Coalition Against SLAPPs in Europe (CASE) e la Fondazione Daphne Caruana Galizia, questi numeri rappresentano solo la punta dell'iceberg, perché la maggioranza delle pressioni avviene in fase precontenziosa, con lettere di diffida e minacce legali che raramente diventano pubbliche.

  Tra i casi più emblematici del 2024 figura la querela della ministra del Turismo Daniela Santanché contro L'Espresso, con una richiesta di risarcimento da 5 milioni di euro, e quella del ministro Adolfo Urso contro Il Foglio e Il Riformista, per cifre tra 250.000 e 500.000 euro. Il messaggio implicito è chiaro: anche se la causa non arriverà mai a sentenza, il costo — economico e psicologico — per chi riceve la querela è già pagato. I dati di Ossigeno per l'Informazione fotografano un'emergenza crescente: nel 2025 in Italia sono stati minacciati 677 giornalisti, il 31% in più rispetto all'anno precedente. Di questi, l'osservatorio ha documentato 93 querele pretestuose/SLAPP nel solo 2025. Dal 2006 a oggi Ossigeno ha registrato oltre ottomila minacce a giornalisti italiani. Le regioni più colpite sono Piemonte, Lombardia, Lazio e Sicilia. Il problema non riguarda solo le SLAPP dei potenti. C'è una patologia più profonda nel sistema penale italiano: le Procure mandano a giudizio procedimenti di scarsa qualità in quantità industriale. Secondo un'analisi pubblicata su Giustizia Insieme, le assoluzioni nel merito nei Tribunali monocratici sono passate dal 23% nel 2012-2013 al 39% nel 2019, in costante aumento.

  Parallelamente, le richieste di archiviazione si sono ridotte: dal 59,52% del 2001 si è scesi al 37% nel 2019. Dati ancora più dettagliati emergono da un'analisi interna della Procura di Genova: nei giudizi monocratici, nel 2021 le assoluzioni rappresentavano il 38,81% delle sentenze totali, con oltre il 50% delle assoluzioni motivate da carenza di prove. In molti casi — denunciano i magistrati giudicanti — i fascicoli arrivano in aula senza la minima attività investigativa, frutto di una produzione seriale di decreti di citazione a giudizio spesso delegata a vice procuratori onorari. Per il sistema giudiziario, la giustizia italiana costa già 5,92 miliardi di euro l'anno, pari a 100,6 euro per abitante, con un aumento del 21,6% rispetto al 2020. Il patrocinio a spese dello Stato incide per il 6,3% del budget totale, circa 6,4 euro pro capite. E questo al netto del danno reputazionale, dello stress e dell'effetto paralizzante sul lavoro giornalistico o attivistico: fenomeno noto come chilling effect (autocensura preventiva). Finché il sistema premia la quantità degli atti prodotti e non la loro qualità, le querele facili — sia quelle temerarie dei potenti che quelle inutili delle Procure — continueranno a intasare i tribunali, consumare risorse pubbliche e, soprattutto, colpire chi non ha né i soldi né il tempo per difendersi per anni in aula da accuse infondate.

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