L'accelerazione dell'esecutivo Meloni sul ritorno all'energia nucleare provoca la dura reazione del consigliere regionale Valdo Di Nolfo. L'esponente politico richiama il plebiscito popolare del 2011 e respinge l'ipotesi di trasformare l'Isola nella discarica radioattiva del Paese
L'accelerazione impressa dall'esecutivo guidato da Giorgia Meloni per riportare la produzione di energia nucleare sul suolo italiano si scontra frontalmente con il muro eretto dalla politica sarda. A tradurre in atti formali il dissenso isolano è Valdo Di Nolfo, esponente politico che siede sui banchi del Consiglio regionale, l'assemblea legislativa che governa la Sardegna. La manovra di Palazzo Chigi, che passa per l'annuncio di una legge delega, lo strumento normativo con cui il Parlamento affida al governo il mandato di emanare decreti su materie complesse senza passare per l'esame analitico dell'aula, riapre un fascicolo che le urne avevano sigillato quindici anni fa. L'affondo del consigliere è categorico: «Il ritorno del nucleare in Italia proposto dal Governo Meloni è una scelta totalmente sbagliata e anacronistica riaprendo un dibattito sul quale cittadine e cittadini si sono già espressi chiaramente».
Il progetto governativo, presentato come un antidoto per calmierare i costi dell'energia, viene smontato da Di Nolfo sul piano delle tempistiche e della fattibilità tecnica. La costruzione di un reattore comporta infatti cantieri decennali e la necessità di individuare siti idonei per lo stoccaggio a lungo termine dei rifiuti radioattivi. Una strategia che, secondo il rappresentante regionale, viaggia in senso contrario rispetto alle agende politiche continentali: «Si rispolvera il nucleare come una risposta immediata alla crisi energetica, ma la realtà è che servirebbero anni, investimenti enormi e una gestione complessissima delle scorie». Una distanza geografica e strategica che il consigliere ribadisce evidenziando come, «mentre gran parte dell’Europa è già in direzione diametralmente opposta e la Germania addirittura ha chiuso i reattori tre anni fa, il Governo italiano propone di tornare indietro».
A pesare sul braccio di ferro istituzionale è l'eredità inequivocabile lasciata dai cittadini nelle cabine elettorali. Di Nolfo riavvolge il nastro fino alle consultazioni popolari del 2011, quando gli elettori furono chiamati a esprimersi direttamente sul dossier atomico. I numeri registrati all'epoca certificarono una bocciatura netta, con percentuali di rigetto che nell'Isola sfiorarono la totalità dei votanti: «Nel 2011 gli italiani hanno già bocciato il ritorno al nucleare attraverso un referendum nazionale con oltre il 94% dei voti favorevoli all’abrogazione delle norme che riaprivano alla produzione di energia nucleare. La Sardegna nello specifico si è espressa in maniera ancora più netta: nel referendum consultivo regionale del 2011 il 97,13% dei sardi disse chiaramente no all’installazione di centrali nucleari e di depositi di scorie radioattive nell’Isola».
Il nodo centrale della protesta si lega al secolare spettro delle servitù, i vincoli imposti dallo Stato che sottraggono porzioni di suolo regionale per destinarle a scopi militari o industriali di interesse nazionale. Il timore esplicitato nei palazzi cagliaritani è che la Sardegna venga nuovamente individuata come il bacino di sfogo naturale per le necessità del Paese. Una prospettiva che il consigliere respinge senza appello, richiamando la presidenza del Consiglio alle proprie responsabilità: «Ogni volta che in Italia si torna a parlare di nucleare, qualcuno pensa immediatamente che la nostra terra possa diventare il luogo dove scaricare servitù, vincoli e decisioni prese altrove. Pensare ancora una volta di poter scegliere sulla pelle dei sardi sarebbe un errore gravissimo, è una logica che respingiamo con forza perché la nostra volontà e la nostra autonomia vanno rispettate: che Giorgia Meloni se ne faccia una ragione!». La chiusura dell'intervento salda la questione energetica alle recriminazioni storiche dell'Isola, spegnendo ogni margine di trattativa sulle concessioni territoriali: «La nostra Isola ha già pagato abbastanza in termini di servitù militari e scelte imposte dall’alto. Difendere la Sardegna», conclude Di Nolfo, «significa difendere il diritto dei sardi e di essere ascoltati e rispettati nelle scelte che riguardano il proprio futuro».