IL BRACCIO DI FERRO SULLE CARCERI

L'Isola non è la Caienna d'Italia: Todde in Aula ferma l'avanzata del 41-bis

La governatrice respinge il piano del Governo che prevede il trasferimento di 240 boss mafiosi in Sardegna. "Ospiteremo un terzo dei detenuti in massima sicurezza e pagheremo noi le loro cure mediche". Il 28 febbraio la grande mobilitazione a Cagliari con 120 sindaci.

di Pasqualino Trubia

Cagliari – La Sardegna alza le barricate contro il piano carceri di Roma. Alessandra Todde prende la parola in Consiglio Regionale e traccia una linea invalicabile. L'Isola non si tira indietro di fronte alla lotta alla mafia, ma rifiuta il ruolo di discarica penitenziaria di massima sicurezza dello Stato.

I numeri dell'invasione Il nodo dello scontro è il verbale della Conferenza Stato-Regioni del 18 dicembre. Il documento ministeriale prevede sette istituti in tutta Italia dedicati esclusivamente al 41-bis. Tre di questi sono in Sardegna: Uta, Bancali e Badu 'e Carros. La matematica non fa sconti. Su 720 detenuti in regime di carcere duro a livello nazionale, l'Isola ne ospita già oltre 90. Il nuovo piano prevede l'arrivo di altri 240 boss. In sintesi: un terzo dei mafiosi più pericolosi d'Italia verrebbe confinato in terra sarda.

Il salasso sanitario Oltre al carico sociale, c'è la trappola economica. I detenuti al 41-bis necessitano di reparti ospedalieri dedicati nei capoluoghi di provincia per le cure mediche. Il Ministero chiede alla Regione di provvedere, come fanno Piemonte, Lombardia o Lazio. Ma c'è una differenza sostanziale, che la presidente Todde denuncia in Aula con parole di pietra: «La Sardegna, che a differenza delle altre regioni paga la sua sanità, dovrà provvedere interamente alle cure di questi carcerati. Gli istituti penitenziari dell'isola ospitano oggi oltre 2.600 detenuti, a fronte di una capienza poco superiore ai 2.500 posti. È una condizione che già richiede oggi attenzione e che impone valutazioni attente su qualsiasi ulteriore scelta organizzativa. La Sardegna svolge già una funzione importante nel sistema penitenziario nazionale».

Il rifiuto dell'Isola-carcere Il governatore sgombra il campo dagli equivoci. Nessuno sconto alla criminalità, ma la pretesa di un trattamento equo: «Nessuno qua intende indebolire la lotta alle mafie o il contrasto alla criminalità organizzata. La Sardegna è e sarà sempre dalla parte dello Stato nella difesa della legalità e nella difesa della sicurezza. Il punto che oggi ci chiama ad una riflessione collettiva è altro, riguarda il principio di equilibrio nella distribuzione delle funzioni più gravose dello Stato, il rispetto dell'autonomia speciale e del principio di insularità inserito in Costituzione».

La conclusione dell'intervento inchioda il Governo alle proprie responsabilità: «Non possiamo accettare che la Sardegna venga percepita come un'isola carcere, come il terminale penitenziario del Paese. Non è questa la vocazione della nostra terra e non è questo il futuro che vogliamo costruire. La Sardegna non chiede privilegi, chiede rispetto, proporzionalità e responsabilità condivise».

La piazza del 28 febbraio Le parole dell'Aula si trasferiscono in strada. Sabato 28 febbraio, alle 11, piazza Palazzo a Cagliari ospiterà una grande mobilitazione civile. La chiamata alle armi istituzionale ha già raccolto l'adesione di oltre 120 sindaci, pronti a sfilare con la fascia tricolore senza distinzioni di bandiera politica, uniti a 160 sigle tra sindacati, comitati e associazioni. L'obiettivo è costringere Palazzo Chigi e il Ministro della Giustizia Carlo Nordio ad aprire quel tavolo di confronto finora negato.

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