Todde forza la mano sui manager sanitari, i dem disertano la Giunta parlando di "rischi legali".
Dietro le formule giuridiche si nasconde lo scontro per il controllo. Il commento spietato di Mario Guerrini svela il nodo: la rottura nasce dal bottino politico, non dalla razionalità.
di Pasqualino Trubia
La Sardegna è un paziente grave, tenuto in sala d'attesa da medici che litigano su chi debba impugnare il bisturi. La cronaca politica di queste ore, a volerla leggere senza i filtri del politichese, è la fotografia spietata di un fallimento di sistema.
Il blitz della governatrice
I fatti sono noti e si consumano attorno a un tavolo mezzo vuoto. La presidente Alessandra Todde ha chiuso la partita delle nomine sanitarie. Due caselle cruciali: l'Asl 8 di Cagliari affidata ad Aldo Atzori e l'Asl 2 della Gallura consegnata ad Antonio Irione, manager non sardo. La Giunta ha approvato, ma lo ha fatto senza l'assessore all'Agricoltura, Francesco Agus (Progressisti), e soprattutto senza l'intera delegazione del Partito Democratico. I dem hanno scelto l'Aventino, disertando la seduta per non votare i direttori generali.
Il sofisma giuridico del Pd
Il giorno dopo, per giustificare lo strappo e respingere l'accusa di una volgare rissa per la spartizione delle poltrone, il Pd ha diramato un comunicato firmato dal segretario Silvio Lai. Il testo è un capolavoro di sofismo bizantino. Lai spiega che gli assessori dem non hanno partecipato al voto per una questione di "coerenza" e "responsabilità". Sostengono che pendano ricorsi al Tar da parte dei vecchi manager licenziati e che votare i nuovi significherebbe esporre la Regione e gli stessi assessori a "rischi legali ed economici".
In sintesi, il Pd dice: noi non ci stiamo perché le nomine traballano sul piano giuridico; se poi crolleranno in tribunale, non sarà colpa nostra. È una difesa legittima, ma fenotipica. Nel linguaggio politico, appellarsi al Tar sembrerebbe u alibi elegante per mascherare un mancato accordo sui nomi. Il Pd rivendica di non essere interessato alle logiche di spartizione, ma al contempo preannuncia che vigilerà sulle nomine dei futuri direttori sanitari e amministrativi. Una contraddizione in termini: chi non ha interessi di bottega non minaccia controlli preventivi sulle scelte altrui. La verità, che affiora tra le righe, è che la maggioranza è spaccata sul metodo e sul merito della gestione del potere.
Il bottino politico e la rottura
A togliere il velo sulle vere ragioni dell'Aventino dem ci pensa il giornalista Mario Guerrini dal suo osservatorio. Nessun sofisma giuridico, nessuna nobile battaglia per la trasparenza amministrativa. La diagnosi è brutale: il problema è il controllo delle poltrone.
Guerrini prima che potessero renderla nota piccona la narrativa ufficiale del Pd e va dritto al nocciolo della questione: «Come sempre il problema lo fanno i nomi (ovvero il bottino politico) non la razionalità organizzativa. Se i nomi fossero stati graditi i democratici non sarebbero mancati alla Giunta».
Lo strappo è traumatico e ricalca fedelmente il copione già recitato durante la nomina dei commissari, quando i dem si rifiutarono clamorosamente di partecipare alla riunione. La presidente Todde ha forzato la mano, ha respinto al mittente le candidature avanzate dal Partito Democratico e ha tirato dritto. La reazione immediata è stata la diserzione.
L'asse con i Progressisti
La frattura, peraltro, non è confinata al solo Pd. Guerrini fa notare un dettaglio politico che pesa sugli equilibri della coalizione: l'assenza alla riunione d'urgenza dell'assessore all'Agricoltura, Francesco Agus. Il segnale è inequivocabile. I Progressisti si sono recentemente federati con il Partito Democratico e muovono le loro pedine in perfetta sincronia.
Il quadro finale è impietoso. Da una parte c'è un sistema sanitario che avrebbe bisogno di efficienza e razionalità; dall'altra c'è una coalizione di governo che si spacca a metà sul gradimento dei manager, preferendo mascherare la consueta lotta per il "bottino politico" dietro lo spauracchio dei ricorsi al Tar.