Roma-Bruxelles, l'ultimo tango del Mercosur. L'Italia è l'ago della bilancia (ma a che prezzo?)

Dopo venticinque anni di tira e molla, di porte sbattute in faccia e di negoziati infiniti, l'Europa è arrivata al dunque. Sul tavolo c'è l'accordo con il Mercosur. Per chi non mastica il linguaggio della diplomazia economica, si tratta di un'intesa commerciale titanica tra l'Unione Europea e il blocco sudamericano che riunisce Brasile, Argentina, Paraguay, Uruguay e, da poco, la Bolivia.

L'obiettivo dichiarato è creare un mercato comune, una sorta di autostrada transatlantica senza dazi dove far viaggiare merci e servizi. Per l'Europa significa poter vendere auto, macchinari e vini in Sudamerica senza le attuali tariffe (che arrivano al 35%). Per il Mercosur significa poter inondare i nostri supermercati di carne bovina, zucchero, riso e frutta tropicale. Ed è proprio qui che il meccanismo si inceppa. O meglio, rischia di stritolare qualcuno: i nostri agricoltori.

L'accordo prevede l'abbattimento dei dazi sul 90% dei prodotti. Una manna per chi esporta tecnologia, un incubo per chi produce cibo qui da noi e deve rispettare regole sanitarie, ambientali e sindacali che dall'altra parte dell'oceano sono spesso optional.

In questo scenario, l'Italia si trova a giocare la parte della primadonna. Il nostro voto è decisivo. Senza il "Sì" di Roma, l'accordo non passa, perché servono numeri pesanti (il 65% della popolazione UE) per la maggioranza qualificata. E la Germania, che ha fretta di vendere le sue Volkswagen a Buenos Aires, lo sa bene. «Siamo molto fiduciosi che adesso l'Italia approverà il Mercosur», ha dichiarato sornione Stefan Kornelius, portavoce del cancelliere tedesco.

Ma l'Italia frena. O almeno, tratta. Il Ministro dell'Agricoltura, Francesco Lollobrigida, è volato a Bruxelles per mettere le cose in chiaro. La posizione è pragmatica: siamo esportatori, i mercati aperti ci piacciono, ma non possiamo suicidarci. «Se verranno certificate le premesse di garanzia del mondo produttivo che chiediamo, noi approveremo la sottoscrizione dell'accordo», ha detto il ministro.

La questione è la reciprocità. Non si può chiedere ai nostri contadini di coltivare con il bilancino del farmacista e poi far entrare merce prodotta con standard da Far West. «Quando si impongono regole ai produttori – spiega Lollobrigida – limitandone la capacità di competere sui prezzi, è ovvio che non puoi avere un sistema tariffario che mette in condizione altri di competere sui prezzi semplicemente perché non rispettano le tue stesse regole riguardo i diritti dell'ambiente, i diritti dei lavoratori».

L'Italia chiede garanzie scritte, non promesse. Chiede «una dotazione finanziaria che serve a garantire rispetto a delle fluttuazioni di mercato che danneggino alcuni settori». E chiede un "freno a mano" più efficace sulle importazioni. Attualmente l'accordo prevede misure di salvaguardia se l'import di manzo o pollo supera certe soglie, ma per Lollobrigida non basta: «C'è un freno a mano che ancora non ci soddisfa pienamente, ma che passa dal dieci all'8%. Crediamo debba essere riportata quella che il Parlamento europeo ha posto al 5%».

La partita è complessa. Da una parte c'è la realpolitik tedesca, che vede nel Mercosur una "pietra miliare". Dall'altra c'è la resistenza francese e, fino a ieri, quella italiana. Roma è il ponte. Se cede, l'argine crolla e le bistecche argentine arriveranno sulle nostre tavole a prezzi stracciati. Se tiene, rischia di bloccare tutto. «Non eravamo disposti e non siamo disposti a sacrificare alcun settore», giura Lollobrigida. Vedremo se Bruxelles avrà orecchie per intendere, o se, come spesso accade, l'agricoltura sarà la vittima sacrificale sull'altare del libero scambio.

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