Ci sono date che, nel calendario della Repubblica, sono scritte con l'inchiostro rosso sangue. Il 7 gennaio è una di queste. Per chi non c'era o per chi ha la memoria corta, bisogna ricordare cosa accadde in quel livido pomeriggio del 1978 a Roma, nel quartiere Tuscolano. Non fu una scaramuccia, fu un'esecuzione.
Davanti alla sede del Movimento Sociale Italiano di via Acca Larenzia, un commando di estrema sinistra – che si firmava "Nuclei Armati per il Contropotere Territoriale" – aprì il fuoco con armi automatiche contro dei ragazzini che uscivano per un volantinaggio. Morirono Franco Bigonzetti e Francesco Ciavatta. Qualche ora dopo, nel caos degli scontri con le forze dell'ordine, cadde anche Stefano Recchioni. Quella strage, rimasta impunita per decenni (la mitraglietta Skorpion usata spuntò fuori anni dopo in un covo delle Brigate Rosse ), segnò il punto di non ritorno degli "Anni di Piombo", inasprendo l'odio ideologico fino alla follia.
Si sperava che quasi cinquant'anni fossero bastati per consegnare quella stagione ai libri di storia. Invece, il 7 gennaio 2026 ci risveglia con la stessa puzza di vecchio odio. A Roma, proprio durante le commemorazioni, alcuni militanti di Gioventù Nazionale sono stati aggrediti. E la condanna, ferma e preoccupata, arriva dalle sezioni sarde del movimento giovanile di Fratelli d'Italia.
In un comunicato congiunto, le sedi di Alghero, Sassari, Cagliari, Quartu e Gallura non usano mezzi termini per descrivere l'accaduto, rifiutando la tesi della rissa occasionale.
«L’aggressione avvenuta a Roma contro alcuni militanti di Gioventù Nazionale non è un fatto casuale né un’esplosione improvvisa di tensione» scrivono i giovani sardi. Per loro, si tratta de «l’ennesima manifestazione di un antifascismo militante che ha fatto della violenza la propria ragion d’essere, sostituendo il confronto politico con l’intimidazione fisica e l’odio ideologico».
Il ragionamento politico è chiaro: attaccare qualcuno in una data del genere vuol dire cercare lo scontro simbolico, non solo fisico. «Colpire giovani impegnati in un’attività pacifica di memoria, in una data simbolica come quella di Acca Larentia, significa voler affermare con la forza un’idea di politica fondata sull’esclusione e sulla sopraffazione».
Ma l'allarme lanciato da Alghero e dalle altre città isolane non guarda solo alla Capitale. C'è il timore che quel clima avvelenato stia attraversando il Tirreno. «Come sezioni di Alghero, Sassari, Cagliari, Quartu e Gallura esprimiamo la nostra piena e convinta solidarietà ai militanti aggrediti». Una solidarietà che nasce da un'esperienza diretta, perché, denunciano i militanti: «Anche in Sardegna, da tempo, l’antifascismo militante alza il tiro: minacce, liste di proscrizione e tentativi di intimidazione, anche personali, che mirano a colpire chiunque non si allinei al pensiero imposto da certi ambienti».
La nota si chiude con una dichiarazione di principio che suona come una sfida democratica a chi usa il bastone al posto delle idee: «Dietro la retorica dell’antifascismo si cela sempre più spesso un’idea autoritaria di politica, nella quale la violenza viene normalizzata e giustificata purché diretta contro un avversario ritenuto “legittimo”».
La risposta dei giovani di destra sardi a tal principia è questa: «A chi pensa di poter intimidire con la forza rispondiamo con la fermezza della nostra presenza e con la solidarietà reciproca. Non accetteremo che la violenza diventi un linguaggio politico tollerato. La memoria non si aggredisce, le idee non si cancellano a colpi di bastone».
La storia insegna, o almeno dovrebbe, che il sangue chiama sangue. Sarebbe ora, chissà se il cronografo la segnerà mai, di lasciare i morti in pace e i vivi liberi di ricordarli senza rischiare la testa.