Marco Colledanchise, consigliere di maggioranza di Orizzonte Comune, ha deciso di toccare quello che lui definisce su Facebook un tasto "delicatissimo". Noi preferiamo chiamarlo con il suo vero nome: il nervo scoperto della politica moderna.
Il consigliere affida ai social una riflessione accorata. Parla di persone che lavorano per la comunità "senza percepire alcun compenso", citando l'esempio dei membri del Consiglio di Amministrazione del Parco di Porto Conte (e facendo il nome di Luca Pais). Ci racconta di padri di famiglia che "dedicano tempo sottratto a sé stessi", che "affrontano spese vive", che si assumono responsabilità pesanti "senza gloria e senza vantaggi".
La sua conclusione è netta: bisogna pagare. O meglio, bisogna istituire un "rimborso spese o un gettone", perché – argomenta Colledanchise – se la politica è gratis, allora "può permettersela solo chi ha molto tempo e molte risorse". In pratica, solo i ricchi.
Il ragionamento fila, se consideriamo il Comune come un ufficio di collocamento o un'azienda privata. Ma crolla se apriamo e leggiamo lo Statuto dell'azienda speciale.
È bene che i cittadini sappiano che la gratuità di quelle poltrone non è una distrazione, né una sadica punizione inflitta al povero amministratore. È una scelta fondativa, scolpita nell'articolo 3 dello Statuto dell'Azienda Speciale. Lì, nero su bianco, si legge che i membri del Consiglio Direttivo «svolgono i compiti previsti dallo Statuto a titolo onorifico».
Non è un errore di stampa. È il principio cardine secondo cui gestire un bene comune istituito dal Comune di Alghero è un servizio, non un mestiere.
Colledanchise agita lo spettro del censo. Ci dice, in sostanza: se non paghiamo l'amministratore, torniamo all'Ottocento, quando a votare e a essere eletti erano solo i nobili e i possidenti. È un argomento seducente, ma è un sofisma.
Perché lo Statuto, a ben guardare, non è così crudele. Esso prevede già che la titolarità della carica possa dare luogo «esclusivamente al rimborso delle spese sostenute». Dunque, se il problema è la benzina o il pasto documentato, la legge interna del Parco ha già la soluzione.
Ma il consigliere chiede di più: parla di "gettone". E qui casca l'asino. Il gettone non è un rimborso: è un compenso mascherato. È il primo passo per trasformare l'«onorifico» in «retribuito».
Qui nessuno impone a nessuno di candidarsi. Il Consiglio Direttivo è nominato dall'Assemblea (cioè il Consiglio Comunale) per gestire un patrimonio immenso. Accettare quella carica non è un obbligo di leva: è un privilegio. È l'onore – parola ormai desueta, che fa sorridere i cinici – di poter decidere le sorti di un territorio.
Nell'antica Roma, il cursus honorum si chiamava così non perché fosse retribuito, ma perché conferiva onore. E l'onere era il prezzo da pagare. Oggi, invece, sembra che ogni responsabilità debba avere un codice IBAN allegato.
Se passasse il principio di Colledanchise, dovremmo retribuire anche il volontario della Misericordia o il presidente dell'associazione culturale. Anche loro sottraggono tempo alla famiglia. Ma lo fanno perché credono nella comunità, quella stessa comunità che il Parco ha il dovere statutario di "coinvolgere", non di mungere.
Dire che "senza soldi lo fanno solo i ricchi" è un insulto a chi, nella storia di questo Paese, si è spaccato la schiena per il bene pubblico senza chiedere un centesimo. Se un amministratore del Parco ritiene che il "rimborso delle spese sostenute" già previsto non sia sufficiente e vuole un gettone di presenza, forse ha sbagliato indirizzo.
La politica non deve essere un mestiere per chi cerca di sbarcare il lunario. Deve essere il contributo temporaneo di chi, avendo già una sua dignità professionale, presta le sue competenze alla città. Teniamoci stretta la gratuità dell'articolo 3. Perché è l'unico filtro che ci garantisce che chi siede su quella poltrona lo faccia per amore di Porto Conte e non per amore del bonifico.