Barbagia, allerta neve e medici fantasma. Aritzo chiude la Guardia Medica, unica salvezza la fortuna

In Barbagia il brivido non lo dà il meteo, ma la ASL. Mentre la Protezione Civile lanciava l'allerta neve, l'Azienda Sanitaria lanciava l'allerta "arrangiatevi". È la cronaca di una notte, quella appena trascorsa, che poteva finire in tragedia e che invece è finita solo nell'ennesima pagina di indignazione civica.

Il fatto è certificato da un foglio di carta intestata del Distretto Sanitario di Sorgono, affisso come una sentenza: mercoledì 7 gennaio 2026, dalle 20:00 alle 8:00 del mattino, la Guardia Medica di Aritzo ha sospeso il servizio. La motivazione è la solita litania burocratica: «carenza di medici disponibili». In calce, le scuse per il disagio e l'invito, in caso di urgenza, a chiamare il 118.

Tutto regolare, sulla carta. Ma la carta non conosce le curve di montagna, il ghiaccio e la paura. A raccontare cosa significa vivere (o rischiare di morire) in queste condizioni è Pina Cui, voce battagliera del gruppo Allerta Barbagia sulla sua pagina Facebook. La sua analisi è spietata perché vera: «Allerta neve, zero medici. Ma tranquilli: siamo stati fortunati. La neve non è caduta… o almeno non abbastanza da rendere le strade non transitabili. Per ora».

La fortuna, dunque, come unico piano sanitario regionale. Perché se la neve fosse caduta davvero, e se qualcuno si fosse sentito male a Belvì o a Gadoni (paesi coperti dallo stesso servizio fantasma), l'ambulanza del 118 avrebbe dovuto sfidare la fisica. «Poi però deve arrivare – scrive la Cui – E con le nostre strade, forse gli conviene lo slittino. E in ogni caso potrebbe arrivare senza medico a bordo».

Il dramma dell'interno è tutto qui: una questione di chilometri e minuti che a Cagliari o a Sassari sembrano non capire. «Intanto qualcuno sembra dimenticare un piccolo dettaglio geografico: il primo ospedale sta a circa 30 minuti di macchina… quando il meteo è di buon umore. Perché basta un po’ di ghiaccio, una nevicata o una curva messa di traverso per trasformare quei 30 minuti in un pellegrinaggio».

La rabbia dei residenti non è un capriccio, è stanchezza. Stanchezza di sentirsi dire che "si fa il possibile", mentre loro sono costretti a fare l'impossibile: «vivere in territori dove la sanità funziona a singhiozzo, come un vecchio motore in salita». La chiusura del post di Pina Cui è un monito che dovrebbe arrivare fino ai palazzi della Regione: «Perché la vita non è un’abitudine: dobbiamo viverla. Anche se qualcuno sembra impegnarsi per rendercela più complicata». Per stanotte è andata bene. Ma affidare la salute pubblica alla clemenza del cielo non è degno di un Paese civile.

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