L'Inter bagna il debutto esterno in campionato con lo scudetto sul petto espugnando la “Unipol Domus” per 1-0, al termine di una sfida dominata in lungo e in largo, ma incredibilmente rimasta in bilico fino al triplice fischio. La formazione di Cristian Chivu raccoglie tre punti pesanti che la proiettano in vetta a punteggio pieno a braccetto con le eterne rivali Juventus, Milan e Lazio. Tuttavia, la trasferta cagliaritana lascia in eredità al tecnico rumeno più di un rimpianto per la colossale mole di occasioni sprecate, un difetto di mira che nel finale ha rischiato di trasformare una comoda passeggiata in un incubo. La partita si mette subito sui binari graditi ai nerazzurri. Chivu ridisegna l'undici iniziale inserendo per la prima volta dal primo minuto il croato Sucic in mezzo al campo, reduce da un Mondiale giocato su altissimi livelli e affidando la corsia di destra a Luis Henrique, preferito a Diouf e supportato dalla solidità di Benjamin Pavard arretrato nel terzetto difensivo.
Dall'altra parte, Fabio Pisacane schiera i suoi con un prudente 4-4-1-1, imbrigliando la manovra offensiva dei sardi e affidando le poche speranze di ripartenza alla fisicità di Mendy, costretto a un duello rusticano con Manuel Akanji.
Il match si sblocca grazie a una giocata d'alta scuola del solito Hakan Calhanoglu. Il centrocampista turco, già a segno all'esordio contro il Monza, sfrutta un assist al bacio di Nicolò Barella, inevitabilmente accolto dai fischi del suo ex pubblico, e inventa un tocco di destro chirurgico che beffa un immobile Elia Caprile. È la rete numero ventidue da fuori area in carriera per l'ex Milan, una vera e propria sentenza balistica.
Una volta trovato il vantaggio, l'Inter produce un vero e proprio monologo calcistico che trasforma il primo tempo in un tiro al bersaglio. Le occasioni sfilano una dopo l'altra: Lautaro Martinez e lo stesso Barella provano a pungere, Akanji colpisce di testa sfiorando il palo e Luis Henrique spaventa i rossoblù con una fiondata potente. Il capolavoro stilistico dei primi quarantacinque minuti arriva però dai piedi di Federico Dimarco, che si coordina alla perfezione su un traversone di Barella e scaglia un destro al volo su cui Caprile compie un miracolo prodigioso.
Quando l'arbitro manda le squadre negli spogliatoi, il tabellino recita statistiche impietose: sedici conclusioni complessive dei nerazzurri, cinque nello specchio e un possesso palla schiacciante al settantatré per cento, racchiuse però in un misero e bugiardo 1-0. Nella ripresa il copione non cambia, ma la scarsa vena realizzativa degli attaccanti ospiti tiene incredibilmente vivo il Cagliari. Barella illumina la trequarti sfornando cioccolatini che né Lautaro Martinez né Pio Esposito riescono a scartare a dovere. Superata l'ora di gioco, Pisacane scuote i suoi operando una tripla mossa dalla panchina: dentro Fadera per Fazzini, Carlos per Mendy e Kofler per Winks. La scossa, seppur timida, sortisce l'effetto di svegliare la “Unipol Domus”. Prima Fadera impegna Martinez con un bel destro a giro deviato in angolo, poi lo stesso portiere nerazzurro si avventura in un'uscita coraggiosa fuori dall'area per sventare una ripartenza di Carlos, applicando alla lettera i dettami tattici di Chivu che pretende una linea difensiva altissima. Per arginare il ritorno d'orgoglio dei padroni di casa, il tecnico interista risponde inserendo forze fresche: Marcus Thuram, Piotr Zielinski e Curtis Jones, quest’ultimo gettato nella mischia al posto di Sucic per addormentare i ritmi. C'è gloria anche per John Stones, inserito al centro della retroguardia per dare stabilità al posto di un impreciso Akanji.
Nonostante i cambi, l'Inter continua a dilapidare occasioni colossali, e a pochi minuti dalla fine il Cagliari sfiora il più beffardo dei pareggi. Su un pallone vagante in area destinato in fondo al sacco, è provvidenziale l'intervento di Yann Bisseck — inserito nel finale per blindare il risultato — che si lancia in tuffo e devia di testa la conclusione velenosa di Adopo. Un brivido freddo che fa infuriare Chivu sulla panchina, costretto a masticare amaro per un finale vissuto pericolosamente a causa di una partita che avrebbe dovuto chiudere con ben altro margine di sicurezza.