Sulle liste d'attesa in Sardegna mancano i dati sui recuperi e quelli certificati a livello nazionale indicano un peggioramento. Il consigliere regionale Alberto Urpi ha depositato un'interrogazione a risposta scritta rivolta alla presidente della Regione e all'assessore della Sanità per chiedere un rendiconto esatto delle prestazioni smaltite finora.
Sotto la lente finiscono le attività del Responsabile Unico regionale dell’Assistenza Sanitaria (Ruas) e dell’Unità Centrale di Gestione. «Sulle liste d’attesa non bastano più gli annunci – afferma Alberto Urpi –. I cittadini hanno bisogno di sapere quante prestazioni sono state recuperate, quanto è stato speso e, soprattutto, se i tempi di attesa sono realmente diminuiti. Oggi manca una fotografia complessiva, aggiornata e facilmente verificabile dei risultati ottenuti».
A sconfessare la narrazione di un sistema in ripresa c'è l'ultimo bollettino dell'Agenas. Nella prima metà del 2026, la percentuale delle prime visite specialistiche garantite nei tempi previsti è calata dal 69,2% al 64,1%. «Abbiamo istituito strutture, nominato un responsabile e destinato risorse importanti – prosegue Urpi –. Ora dobbiamo capire cosa ha funzionato e cosa no. Il dato Agenas sul primo semestre 2026, con il rispetto dei tempi di garanzia per le prime visite specialistiche sceso dal 69,2% al 64,1%, impone una verifica seria e senza alibi. Se una misura funziona va rafforzata, se non funziona va corretta».
L'atto depositato in Consiglio punta su campagne territoriali precise. Si chiedono i risultati del piano di recupero di circa 30mila prenotazioni varato dall'Asl 8 di Cagliari e dall'Arnas Brotzu, ma anche spiegazioni sul progetto dell'Asl 6 del Medio Campidano, che risulta essersi arenato dopo pochi mesi. Viene inoltre sollecitata la rendicontazione dei fondi stanziati con la legge regionale 24 del 2025, per incrociare i volumi delle visite programmate con quelle effettivamente erogate.
«La sanità si misura sulla risposta che diamo alle persone. Una visita o un esame che arriva troppo tardi può significare rinunciare a una diagnosi, a una cura, a una possibilità. Per questo chiediamo trasparenza e numeri verificabili: non per fare polemica, ma perché dietro ogni giorno di attesa c’è un cittadino che non può permettersi di aspettare», conclude Urpi.