La Repubblica del dileggio (e del piagnisteo)

Se c'è una cosa che questa povera Italia non si è mai fatta mancare, è il ridicolo. Ma un tempo, almeno, il ridicolo aveva una sua teatralità, una sua grandezza tragica. Oggi no. Oggi siamo scivolati nel pettegolezzo da ballatoio, elevato a rango di dibattito politico.

Leggo che a Trieste, nobile città che fu emporio dell'Impero e culla di una borghesia colta e cosmopolita, il sindaco Roberto Dipiazza ha pensato bene di festeggiare l'Epifania vestendo i panni di un buontempone da osteria. Ha preso la foto di Elly Schlein, l'ha truccata da Befana e l'ha data in pasto ai social. Una goliardata? Forse, se l'avesse fatta uno studente al terzo spritz. Ma fatta da un uomo che indossa la fascia tricolore, è solo la certificazione che il senso dello Stato, da quelle parti, è finito in cantina insieme alle scope vecchie.

Non mi scandalizzo, per carità. Mi annoio. Mi annoio mortalmente di fronte alla cialtroneria di una classe dirigente che scambia lo scranno di un municipio per il bancone di un bar. Un sindaco di destra, o sedicente tale, dovrebbe sapere che l'autorità si fonda sulla distanza, sul rispetto delle forme. Se ti abbassi a fare le caricature dell'avversario, non stai colpendo lui: stai sminuendo te stesso. Stai dicendo ai tuoi cittadini che, in fondo, la politica è una farsa dove tutto è permesso, purché si strappi un "mi piace" su quello strumento del diavolo che è il telefonino.

Ma se il sindaco piange (o ride sguaiatamente), l'opposizione non fa che strillare. Ed ecco il coro delle prefiche del Partito Democratico. Gridano al sessismo, all'orrore, alla "cultura di destra", evocando scenari apocalittici per un fotomontaggio mal riuscito. Hanno ragione nel merito – lo scherzo è volgare – ma torto marcio nel metodo. Trasformano ogni scemenza in un caso di Stato, ogni caduta di stile in un attentato alla Costituzione. Non si accorgono che, indignandosi con tanta enfasi per una befana, finiscono per dare importanza a chi non ne merita, legittimando la mediocrità col piedistallo della loro rabbia.

Il giornalismo, che dovrebbe fare da arbitro o almeno da spettatore critico, si butta nel mucchio come un cane sull'osso. Si scrive di "bufera", di "polemica virale", si intervistano i passanti, si scomodano i massimi sistemi. E intanto i problemi veri, quelli che mordono la carne viva della gente, restano lì, sepolti sotto questa valanga di banalità, scorie e rifiuti.

Altro che modernità liquida. Qui siamo nella modernità limacciosa e purulenta. Sguazziamo in un pantano dove non si distingue più il politico dal comico, l'indignazione dalla posa, la notizia dal chiacchiericcio.

Il sindaco Dipiazza voleva fare una battuta sulla Befana. Ci è riuscito, ma la Befana è l'Italia stessa: una vecchia signora maltrattata, costretta a portare carbone a tutti, governata da chi non ha né la serietà per comandare né l'intelligenza per tacere.

A Trieste tirava la Bora, vento forte che puliva l'aria. Oggi tira solo un venticello di stupidità. E quello, purtroppo, non pulisce niente. Sporca tutto.

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