Di fronte al blitz statunitense del 2026, l’analisi delle vere poste in gioco oltre la retorica umanitaria e la rabbia ideologica.
CARACAS, Gennaio 2026 – La notte tra il 2 e il 3 gennaio segnerà probabilmente uno spartiacque nella storia recente delle Americhe. Non tanto per l'operazione chirurgica – brutale ed efficace – con cui le forze speciali statunitensi hanno prelevato Nicolas Maduro, quanto per ciò che questo atto rivela sullo stato di salute, mentale e strategico, dell'Impero Americano.
Mentre i media mainstream si concentrano sulle accuse di "narcoterrorismo" che hanno visto l'ex autista di autobus comparire davanti a una corte di New York, è necessario indossare le lenti della geopolitica pura per comprendere cosa sia realmente accaduto. Dobbiamo guardare oltre la nebbia della guerra e oltre le reazioni emotive, per scorgere gli spettri del passato che muovono le potenze.
La risposta della sinistra radicale, da sempre attenta alle dinamiche sudamericane, non si è fatta attendere. Un volantino diffuso dall'Unione di Lotta per il Partito Comunista (ULPC), datato 3 gennaio, offre una fotografia nitida della rabbia che cova in una parte dell'opinione pubblica.
Gli attivisti denunciano senza mezzi termini che: "La scorsa notte gli Stati Uniti hanno pesantemente bombardato il Venezuela con attacchi aerei colpendo militari e civili dei quartieri popolari; hanno rapito e deportato il presidente Maduro legittimamente eletto e sua moglie per processarli a New York per narcoterrorismo, non si capisce in base a quale legge se non, evidentemente, quella del più forte."
La lettura dell'ULPC collega questo evento a una catena di tensioni globali, citando gli "affondamenti delle scorse settimane di alcune imbarcazioni di inermi pescatori venezuelani pretestuosamente accusati di traffico di droga", visti come il casus belli cercato da Washington.
È encomiabile questa rabbia? È comprensibile il sentimento di accerchiamento? Dal punto di vista antropologico, sì. L'ULPC scrive: "Venezuela, Palestina e Iran sono colpevoli di volere la propria autodeterminazione e di cercare una propria via di sviluppo indipendente dall’imperialismo statunitense".
Tuttavia, fermarsi alla solidarietà ideologica rischia di nascondere la testa sotto la sabbia. La realtà è molto più cinica e riguarda gli interessi profondi delle superpotenze.
Perché gli Stati Uniti hanno agito ora? Non per moralità. In geopolitica, il "bene" e il "male" sono categorie letterarie, non strategiche. Gli USA agiscono mossi da una miscela di ansia e necessità.
L'impero americano, che molti descrivono frettolosamente in declino, sta vivendo una fase di "depressione attiva". Si sente minacciato, vede la sua egemonia contrastata e reagisce mostrando i muscoli, talvolta con furore sproporzionato.
La citazione dell'ULPC coglie un punto nevralgico quando afferma che "la borghesia statunitense è costretta a difendere la sua supremazia finanziaria attraverso la sua potenza militare".
Tradotto in termini strategici: Washington non poteva più tollerare che il Venezuela fosse la stazione di servizio della Cina nel Mar dei Caraibi. L'operazione non è solo contro Maduro, è un messaggio a Pechino. È la riaffermazione violenta della Dottrina Monroe: l'America Latina è il "cortile di casa" (o meglio, la profondità strategica) degli USA e nessuna potenza eurasiatica vi deve avere influenza.
Dobbiamo anche chiederci, con onestà intellettuale: chi è Nicolas Maduro?
Non è Salvador Allende. E non è un semplice martire dell'imperialismo. È un sopravvissuto politico che ha ereditato il chavismo trasformandolo, per necessità e per vizio, in un sistema di potere opaco. Ha presieduto al collasso economico di una nazione che galleggia sul petrolio.
La verità scomoda, che spesso la solidarietà militante tende a sfumare, è che il petrolio venezuelano deve essere venduto. Maduro, chiuso dalle sanzioni occidentali, ha scelto di venderlo a basso costo ai cinesi (e in parte agli iraniani), barattando la sovranità nazionale con la sopravvivenza del regime.
È "meglio" essere dipendenti da Pechino piuttosto che da Washington? Per il venezuelano medio, che vive di stenti, la differenza è spesso impercettibile. Ma per gli USA, un Venezuela satellite della Cina a poche ore di volo dalla Florida era una pistola puntata alla tempia.
Lo scenario del 2026 è stato preparato con cura. Prima il soft power, poi l'azione militare. L'assegnazione del Nobel per la Pace a Maria Corina Machado – definita "vergognosa" nel comunicato ULPC – è stata la legittimazione diplomatica necessaria per isolare Maduro prima del colpo finale.
Allo stesso tempo, l'accusa di "narcoterrorismo" serve a trasformare una guerra di egemonia in un'operazione di polizia internazionale. Una narrazione perfetta per il consumo interno americano, che nasconde però la vera partita: il controllo delle risorse energetiche in un mondo dove la globalizzazione a guida americana sta lasciando il posto a blocchi contrapposti.
L'ULPC conclude con lo slogan "Yankees go home!", evocando una resistenza globale. Ma la lezione che ci arriva da Caracas è gelida: in questo scontro tra titani (USA vs Cina), i paesi intermedi come il Venezuela sono solo scacchiere.
Gli Stati Uniti hanno dimostrato che, pur se "depressi" o in crisi d'identità, mantengono una capacità di proiezione della forza che la Cina ancora non possiede militarmente in occidente. Non hanno agito per liberare il popolo venezuelano, ma per "mettere in sicurezza" il proprio emisfero.
Guardare la realtà seria significa ammettere che il diritto internazionale, citato sia dalle vittime che dai carnefici, è muto di fronte alla legge della potenza. Maduro è caduto non perché "cattivo", ma perché si è trovato nel posto sbagliato (i Caraibi) con l'alleato sbagliato (la Cina) nel momento storico in cui l'America ha deciso di smettere di tollerare sfide nel proprio giardino e di guardare con più attenzione all'indo-pacifico e alla situazione taiwanese.