Ventidue anni da Nassiriya: ricordare senza smettere di capire

La presidente della Regione Sardegna, Alessandra Todde, ha voluto ricordare il ventiduesimo anniversario della strage di Nassiriya, l’attentato del 12 novembre 2003 che costò la vita a 28 persone, tra cui 19 italiani. Fra loro, due sardi della Brigata Sassari: il Maresciallo Capo Silvio Olla e il Maresciallo Massimo Ficuciello.

“Ventidue anni dopo, il ricordo della strage di Nassiriya resta una ferita profonda nella memoria del nostro Paese. Oggi rendiamo omaggio alle 28 persone che persero la vita in quell’attentato, in particolare i 19 italiani, tra cui Silvio Olla, Maresciallo Capo della Brigata Sassari, e Massimo Ficuciello, anche lui Maresciallo della Brigata” ha dichiarato la presidente.

“Il loro sacrificio – ha aggiunto – ci ricorda ogni giorno il valore della dedizione, del dovere e della pace, soprattutto in un tempo in cui il mondo è attraversato da nuovi conflitti e sofferenze. Ricordare Nassiriya significa rinnovare l’impegno a costruire un futuro fondato sul dialogo, sulla solidarietà e sul rispetto della vita umana”.

Fin qui il rito, doveroso e solenne, della commemorazione. Ma Nassiriya non fu soltanto dolore. Fu anche la resa di un’illusione: quella di un ordine mondiale a misura d’Occidente, capace di esportare pace e democrazia con la forza delle armi.

L’Italia, nel 2003, partecipava a quella che gli Stati Uniti chiamavano operazione di ricostruzione. In realtà, era un presidio militare in un Paese devastato, dove Saddam Hussein – tiranno sanguinario ma anche garante d’un equilibrio tribale e confessionale – era appena stato rovesciato. Le bombe che esplosero a Nassiriya, uccidendo i nostri carabinieri e militari, non furono un atto isolato: furono il primo colpo al sogno americano del “nuovo Iraq”. Americani che presero molto male il non essere accolti con tutti gli onori come dei liberatori dalla popolazione locale. Va senza dire.

Dietro il linguaggio della pace si celava l’antica grammatica della potenza. L’impero americano, reduce dall’11 settembre, cercava una redenzione militare e una giustificazione alla sua reazione alla così denominata "lotta al terrorismo". Ma il deserto iracheno non accettò lezioni di civiltà. A Nassiriya morì anche un pezzo della nostra innocenza geopolitica: l’idea che bastasse “esserci” accanto a Washington per trovarsi nel giusto.

Oggi ricordare è necessario. Ma ricordare non basta. Bisogna comprendere. La pace, se non è equilibrio, diventa arrendevolezza. E il sacrificio dei nostri uomini non deve servire solo a commuoverci, ma a interrogarci: sul senso della presenza italiana nel mondo, in questo caso uno dei clientes dell'impero, sui limiti del potere americano, altrimenti detto "sistema liberale", e sulla fragilità di un ordine che chiama “missione di pace” ogni guerra combattuta per mantenere la propria influenza.

Ventidue anni dopo, Nassiriya non parla solo ai morti. Parla a noi, che continuiamo a vivere in un mondo dove la parola “pace” si piega ancora, e forse per sempre, alle convenienze dei forti.

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