Otto anni di risorse pubbliche e produzione ferma. I sindacati incalzano il Ministro: "Convochi il tavolo promesso a settembre e dica se questa industria serve ancora all'Italia".
PORTOSCUSO – In Italia le crisi industriali hanno il difetto di non morire mai: semplicemente, marciscono. La vicenda Sider Alloys, ex Alcoa, ne è il manuale perfetto. Tra promesse ministeriali, multinazionali greche alla finestra e apparizioni televisive, l'unica certezza è che a Portoscuso le ciminiere restano mute. Ora Cgil, Cisl e Uil regionali battono un colpo, stanche di aspettare un governo che a settembre aveva promesso incontri e oggi offre solo silenzio.
I sindacati esprimono «forte preoccupazione per la mancata convocazione del tavolo sulla vertenza Sider Alloys Alcoa nonostante le reiterate richieste delle organizzazioni sindacali e gli impegni assunti dal Ministro delle Imprese e del Made in Italy nel corso dell’incontro del 17 settembre scorso».
La questione non è di etichetta, ma di sostanza. I metalmeccanici chiedono che Adolfo Urso «convochi un incontro e faccia il punto sulla due diligence chiesta dalla multinazionale greca e non ancora concessa». C'è un potenziale investitore che bussa, ma nessuno sembra avere fretta di aprirgli.
Il paradosso televisivo
A inasprire il clima ci ha pensato la televisione. L'11 gennaio scorso, ai microfoni di Report, i vertici di Sider Alloys hanno tentato di smarcarsi dalle responsabilità sulle bonifiche. Una mossa che i segretari generali Fausto Durante, Pier Luigi Ledda e Fulvia Murru non hanno gradito affatto, contestando quelle dichiarazioni.
«Siamo al paradosso – hanno detto i segretari – lo stabilimento Ex Alcoa ceduto a Sider Alloys è stato destinatario di ingenti risorse pubbliche, attraverso accordi di programma e finanziamenti finalizzati alla ripresa produttiva e alla salvaguardia occupazionale. Sono ormai passati quasi otto anni e quelle risorse non hanno prodotto nulla se non lo stallo attuale».
Secondo i tre leader sindacali, «il perdurare di questa situazione contribuisce ad aggravare una crisi industriale già profonda, lasciando lavoratrici e lavoratori in una condizione di incertezza inaccettabile e privando un intero territorio di prospettive concrete di sviluppo».
L'ultimatum a Roma
La richiesta al Governo è di smetterla con l'ambiguità. «Occorre chiarire – sottolineano Cgil, Cisl e Uil – se esista una reale volontà di mantenere e rilanciare una filiera strategica come quella dell’alluminio primario in Italia oppure se si intenda continuare a rinviare decisioni fondamentali, con effetti sociali ed economici devastanti per i lavoratori e per il territorio».
Una questione di tenuta sociale per il Sulcis, un'area che ha già pagato prezzi altissimi. «La crisi dello stabilimento – concludono Durante, Ledda e Murru – ha ricadute profonde sul Sulcis, un territorio già fragile sul piano sociale e demografico, e incide anche sull’intera filiera dell’alluminio e sull’indotto, oggi fortemente ridimensionati. Per questo le confederazioni ritengono indispensabile un confronto generale, condiviso e strutturato che coinvolga pienamente il sindacato confederale, il Governo e la Regione, per costruire una visione di sviluppo che dia prospettive reali ai lavoratori e ai territori».