Il conto in ritardo della Regione svuota le tasche degli agricoltori: chiesta la restituzione di oltre un milione di euro

L'agenzia agricola sarda batte cassa a cinque anni dall'erogazione dei fondi comunitari. Il Centro Studi Agricoli attacca i vertici politici e denuncia le inefficienze della macchina burocratica.

La burocrazia regionale presenta il conto con cinque anni di ritardo, a poche settimane dalla scadenza dei limiti di legge. Con il decreto numero 1431 varato lo scorso ventidue aprile, l'Argea, l'agenzia della Regione Sardegna incaricata di gestire i pagamenti in ambito agricolo, ha intimato a millequattrocentoquarantanove aziende del territorio la restituzione di un milione e centoquarantunomila euro. I fondi contesi fanno riferimento alla Pac dell'anno duemilaventuno, ovvero la Politica Agricola Comune, il sistema di sussidi finanziato dall'Unione Europea per sostenere le imprese del settore primario.

Secondo il provvedimento firmato dagli uffici dell'agenzia, i pagamenti effettuati a suo tempo sarebbero viziati da palesi errori nelle domande presentate dalle aziende agricole e zootecniche. Una manovra di recupero giunta allo scadere dei termini di prescrizione, l'orizzonte temporale oltre il quale la pubblica amministrazione non avrebbe più potuto pretendere legalmente la restituzione delle somme. La reazione del comparto è stata immediata. Il Centro Studi Agricoli, associazione indipendente del settore, ha puntato il dito contro l'esecutivo, evidenziando il silenzio dell'assessore regionale all'Agricoltura, Francesco Agus, che non ha fornito comunicazioni pubbliche sulla vicenda né ha affrontato il tema durante il recente "tavolo verde", il vertice istituzionale che riunisce la giunta e i rappresentanti di categoria.

Il presidente del Centro Studi Agricoli, Tore Piana, inquadra la vicenda respingendo la tesi dell'errore tecnico da parte dei contadini. «Non siamo di fronte a un problema tecnico – ha dichiarato il presidente – ma a un fallimento amministrativo e politico grave, che scarica sulle aziende agricole le conseguenze di ritardi, inefficienze e incapacità gestionali». La richiesta di rimborso va a incidere pesantemente sui bilanci di realtà produttive già provate, colpendo in particolare le aziende relegate nelle zone interne e marginali dell'Isola, gli allevatori impegnati nella tutela del territorio e le imprese che da anni attendono la liquidazione di altre spettanze maturate di diritto.

L'associazione contesta apertamente le tempistiche degli uffici regionali, rei di non aver ultimato i controlli incrociati nei tempi previsti dalla normativa europea. «È inaccettabile – ha proseguito Piana – che mentre le aziende affrontano l’aumento dei costi di produzione, dei mangimi, dell’energia e dei servizi, la Regione non sia stata in grado di chiudere le istruttorie, fare i controlli e liquidare i premi nei tempi previsti, arrivando oggi a restituire risorse a Bruxelles». Il corto circuito amministrativo, sottolinea l'organizzazione, rischia di compromettere la credibilità della Sardegna nei confronti dell'Unione Europea e di logorare irreversibilmente la fiducia tra le istituzioni locali e i lavoratori della terra.

Alla luce del decreto, il Centro Studi Agricoli ha formalizzato una serie di precise istanze rivolte alla politica regionale, pretendendo chiarezza sulle responsabilità amministrative e trasparenza sulle fasi di indagine che hanno generato un ritardo di quasi un lustro. L'ente richiede inoltre garanzie concrete affinché le imprese non subiscano nuove decurtazioni in futuro. «Restituire fondi europei mentre le imprese agricole chiudono – ha concluso Piana – non è solo inefficienza, è una colpa politica. Il mondo agricolo sardo non può più permettersi di pagare errori di cui non si capisce la descrizione».

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