Quando i palazzi della politica provano a calcolare a tavolino la vitalità economica di un territorio, capita spesso che i conti non tornino. Fortunatamente, qualche volta, l'errore è per difetto. È esattamente quanto accaduto nel Sulcis-Iglesiente, un'area che la narrazione consueta e un po' pigra dipinge esclusivamente a tinte fosche, tra miniere dismesse, ciminiere spente e vertenze industriali infinite. Eppure, sotto la cenere delle grandi crisi, cova un tessuto di micro e piccole imprese che ha una gran voglia di rialzare la testa. E i numeri, freddi ma inequivocabili, lo hanno appena dimostrato.
Tutto ruota attorno al "Piano Sulcis", quel mastodontico, e talvolta farraginoso, programma di aiuti e riconversione economica varato oltre un decennio fa per traghettare l'estremo sud-ovest dell'Isola verso un futuro meno dipendente dall'industria pesante. All'interno di questo contenitore, nel dicembre del 2024, la Regione aveva pubblicato un bando da 6 milioni di euro. L'obiettivo era chiaro: finanziare chi voleva investire nell'accoglienza turistica, nella ristorazione, nella cultura e nell'enoturismo.
La risposta del territorio ha letteralmente travolto le scrivanie degli uffici regionali. Sulla piattaforma sono piovute 105 domande di finanziamento, per un totale di agevolazioni richieste pari a 14,7 milioni di euro. Più del doppio rispetto alla dote iniziale. Risultato: dopo la prima scrematura, ben 60 istanze con le carte in regola rischiavano di rimanere a bocca asciutta per il più classico e amaro dei motivi, ovvero l'esaurimento dei fondi. Un fabbisogno rimasto in sospeso per circa 8,7 milioni.
Di fronte al paradosso di un territorio depresso che chiede di investire e di uno Stato che non ha calcolato bene le coperture, la Giunta regionale ha deciso di correre ai ripari. Su proposta dell’assessore della Programmazione, Bilancio e Assetto del territorio, Giuseppe Meloni, è stata approvata in queste ore una delibera che raschia il fondo del barile delle vecchie contabilità per immettere nuova liquidità e scorrere la graduatoria.
I fondi recuperati provengono dalle risorse ancora non spese dell'area "incentivi" del Piano Sulcis, denari parcheggiati in vecchie delibere in attesa di destinazione, figlie dei lontani stanziamenti del CIPE (il Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica, l'organismo romano che stringe i cordoni della borsa statale, oggi ribattezzato CIPESS con l'aggiunta dello "sviluppo sostenibile").
«Con questa delibera abbiamo scelto di non lasciare inutilizzate risorse che possono tradursi in investimenti, lavoro e nuove opportunità per il Sulcis-Iglesiente», ha spiegato Meloni, rivendicando la mossa della Giunta. L'assessore legge nei dati del bando un preciso termometro sociale: «I numeri ci dicono che nel territorio c’è un’evidente aspirazione a rinnovarsi e investire. Per questo abbiamo deciso di integrare i fondi per l’intervento già attivato e di dare copertura a ulteriori domande presentate dalle imprese, che potranno così essere istruite».
L'intento politico dichiarato è quello di non disperdere questo slancio: «Vogliamo sostenere chi investe, chi innova, chi sceglie di fare impresa in un territorio che ha bisogno di sviluppo economico e sociale e di strumenti di sostegno per realizzarlo. Con questa nuova programmazione delle risorse stiamo creando occasioni di crescita per le imprese e nuove prospettive per il Sulcis-Iglesiente».
La macchina regionale, insomma, prova ad accorciare le distanze tra la burocrazia e le necessità di chi fa impresa. La delibera fissa anche un principio per il futuro immediato: qualora dovessero avanzare ulteriori spiccioli in questo capitolo di spesa, non torneranno indietro, ma verranno dirottati su nuovi avvisi pubblici, allargando eventualmente la platea al comparto industriale e agroindustriale, sempre di concerto con i sindaci della zona.
Il Centro Regionale di Programmazione continuerà a tenere le fila dell'operazione. Il segnale, per una volta, inverte la logica del piagnisteo: prima ancora dei sussidi a pioggia per arginare le crisi, c'è un pezzo di Sardegna che chiede solo di non essere lasciato a secco nel momento esatto in cui decide di rimboccarsi le maniche.