Sant’Antioco, il mare in nero: sequestrati 1.700 chili di pesce fantasma. Ma il bottino finisce in beneficenza alla Caritas

C'è un mare parallelo che bagna le nostre coste, un oceano invisibile fatto di reti calate in silenzio, di scambi notturni e di celle frigorifere celate agli occhi del fisco e della legge. È il mare del mercato nero ittico, una piaga antica e ostinata che ciclicamente riaffiora nei bollettini delle forze dell'ordine e di cui, purtroppo per i nostri lettori, ci troviamo a scrivere con una certa regolarità. L'ultimo capitolo di questa cronaca di furbizie commerciali arriva da Sant’Antioco, nel cuore del Sulcis, dove lo Stato ha appena messo a segno un colpo da maestro, intercettando un carico che definire imponente è riduttivo.

I militari della Guardia Costiera, operando in stretta e necessaria sinergia con i tecnici dell'ASL Sulcis Iglesiente (l'Azienda Sanitaria Locale, il cui intervento è dirimente quando la merce passa dal molo alla tavola), hanno fatto irruzione in uno stabilimento all’ingrosso della zona. Il bilancio dell'ispezione parla da solo: oltre 1.700 chili di prodotti ittici sono finiti immediatamente sotto sequestro.

Il capo d'accusa, è bene chiarirlo, non riguarda l'avaria della merce, ma la totale assenza di "tracciabilità". Per i non addetti ai lavori, la tracciabilità è la vera e propria carta d'identità del pesce: è l'insieme dei documenti che certificano chi lo ha pescato, in quale specchio d'acqua, in che giorno e come è stato conservato lungo la filiera. Senza queste credenziali, un pesce diventa a tutti gli effetti un fantasma alimentare. Sfuggendo ai controlli preventivi, si trasforma in un potenziale rischio per la salute pubblica, oltre a rappresentare uno schiaffo alla concorrenza leale di chi le regole le rispetta pagando le tasse.

Le normative sulla pesca e sull'igiene, fortunatamente, non ammettono zone d'ombra. Per l'esercente colto in fallo, il conto presentato dalle autorità è stato salatissimo. Oltre al sequestro dell'intera partita di pesce, i militari hanno apposto i sigilli a una cella frigorifera risultata sprovvista delle necessarie autorizzazioni. A corredo di tutto ciò, sono scattate sanzioni amministrative di 11.500 euro. Una stangata che ribadisce un concetto elementare ma spesso dimenticato: eludere la legge sperando di abbattere i costi di gestione è un azzardo che, alla lunga, non paga.

Eppure, in questa vicenda ordinaria di infrazioni e verbali, c'è un risvolto inaspettatamente positivo, una sorta di contrappasso benefico che merita di essere sottolineato. Il personale veterinario dell'ASL ha esaminato a fondo la montagna di pesce sequestrato, cellula per cellula. Il responso dei camici bianchi è stato netto: benché privo dei timbri ufficiali, il prodotto è risultato sanissimo e perfettamente idoneo al consumo umano.

Che farne, dunque? Mandare al macero quasi due tonnellate di cibo eccellente sarebbe stato un insulto al buon senso e alla miseria. Così, in accordo con le procedure, l'ingente carico ha cambiato radicalmente destinazione. Non finirà sui banchi dorati di qualche ristorante compiacente, ma nelle cucine degli istituti caritatevoli del territorio, consegnato direttamente nelle mani della Caritas. Questa volta, le maglie larghe dell'illegalità hanno finito, loro malgrado, per riempire le reti della solidarietà locale, offrendo un pasto nobile a chi, altrimenti, non avrebbe potuto permetterselo.

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