C’è una vecchia, inestirpabile abitudine nei palazzi della nostra politica: quando il mare grosso della grande Storia minaccia di travolgere la nave, c'è sempre qualche mozzo che, anziché guardare la bussola o scrutare l'orizzonte, si mette placidamente a lucidare gli ottoni. O, nel caso che ci occupa oggi, le canne dei fucili.
Siamo alle solite, e a ricordarcelo con la consueta e ruvida puntualità è il GrIG, il Gruppo d’Intervento Giuridico. Per chi non avesse familiarità con questa sigla, parliamo di una storica associazione ecologista che da decenni, carte alla mano, fa le pulci alle magagne ambientali e alle miopie legislative del nostro Paese. La denuncia di oggi, firmata da Stefano Deliperi, accende un faro su quello che nel gergo politico si definisce "piccolo cabotaggio", ovvero l'arte di navigare rasente la costa degli interessi elettorali a breve termine, ignorando le tempeste che infuriano al largo.
I fatti, come sempre, sono testardi e vanno spiegati. In un’epoca segnata da una crisi internazionale senza precedenti, con guerre alle porte di casa e un'emergenza energetica che morde i bilanci delle famiglie, in Parlamento c'è chi ha ritenuto urgente e indifferibile occuparsi di doppiette. Parliamo del disegno di legge numero 1552, promosso dai senatori Malan, Romeo, Gasparri e Salviti, che punta a scardinare l'attuale Legge 157 del 1992. Quest'ultima è la norma fondamentale che da trent'anni regola nel nostro Paese la protezione della cosiddetta "fauna omeoterma" (per non spaventare il lettore con i paroloni: gli animali a sangue caldo, uccelli e mammiferi) e disciplina il prelievo venatorio.
L'obiettivo di questa nuova spinta legislativa è una vera e propria deregulation della caccia. Un liberi tutti che non solo fa inorridire decine di associazioni ambientaliste, ma che ci pone in aperto e pericoloso contrasto con le normative dell'Unione Europea. Non è un dettaglio da poco: Bruxelles ha già aperto nei confronti dell'Italia diverse "procedure di infrazione", che nel linguaggio crudo dell'amministrazione comunitaria significano richiami ufficiali e future sanzioni pecuniarie salatissime pagate con i soldi dei contribuenti, perché non stiamo rispettando le direttive sulla tutela dell'ambiente.
E siccome, come ben sappiamo, i malanni romani trovano sempre solerti imitatori nelle province, la Sardegna non fa eccezione, inserendosi in questo solco di continuità storica. Nell’ottobre del 2025, il gruppo consiliare regionale di Fratelli d’Italia ha depositato una proposta di legge per allargare a dismisura le maglie della caccia sull'Isola. Le richieste sono chiare: trasformare l'intera Sardegna in un unico, immenso ambito di caccia, allungare la stagione venatoria e, soprattutto, ampliare l'elenco degli animali da impallinare, mettendoci dentro il Daino, la Tortora dal collare orientale, il Piccione e lo Storno.
Ciò che sconcerta il GrIG è l'assordante silenzio su tutto il resto. In queste proposte di legge, stese per compiacere una minoranza lobbistica peraltro molto rumorosa, non c'è una sola riga dedicata alla sicurezza pubblica. Nessuno cita i bollettini di guerra annuali, fatti di decine di morti e feriti causati da incidenti venatori. Nemmeno una sillaba viene spesa per sanzionare le immissioni illegali di cinghiali, operate in passato per puro divertimento venatorio, che oggi presentano il conto devastando le nostre campagne e l'agricoltura. Si parla di "valorizzare il ruolo attivo del cacciatore" come presidio della natura, un concetto che, dinanzi a queste omissioni, suona come un insulto all'alfabeto della convivenza civile.
Deliperi chiude la sua requisitoria con una battuta amara, suggerendo a Fratelli d’Italia di cambiare il proprio nome in "Fratelli di Doppietta". Una provocazione, certo, ma che fotografa impietosamente l'orizzonte di chi baratta gli interessi della collettività per compiacere un feudo elettorale. Oltre quella cartuccia, il nulla.