In Sardegna, la parola "accelerazione" ha sempre avuto un suono sinistro. Solitamente evoca cantieri infiniti che si cerca di chiudere in fretta o promesse elettorali dell’ultimo minuto. Questa volta, però, la fretta non è farina del sacco isolano, ma arriva direttamente da Bruxelles e Roma, sotto forma di scadenze del PNRR (il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) che incombono come una mannaia. Il risultato è un nuovo capitolo della saga energetica sarda: le Zone di Accelerazione Terrestri (ZAT).
Per spiegare al lettore di cosa stiamo parlando, bisogna scrostare la vernice burocratica: si tratta di aree — zone industriali, tetti di capannoni, parcheggi — dove i progetti per il fotovoltaico potranno correre su una "corsia preferenziale". Il che, tradotto dal politichese, significa meno controlli, procedure semplificate e tempi ridotti. Una sorta di "direttissima" autorizzativa che rischia però di travolgere le ultime difese di un territorio già martoriato.
Il piano, adottato dalla Giunta regionale lo scorso marzo e ora in fase di VAS (Valutazione Ambientale Strategica), sembrava destinato a passare sotto silenzio. Ma il "fronte di lotta" contro la speculazione energetica, che qualcuno dipingeva come ormai stanco o rassegnato, è in realtà più vigile che mai. I comitati territoriali hanno smesso di urlare nelle piazze per mettersi a studiare le carte, monitorando ogni virgola dei decreti regionali. La loro tesi è chiara: non c'è un reale interesse della politica verso la trasparenza, perché ammettere che la pianificazione è stata calata dall'alto significherebbe sconfessare anni di propaganda sulla "concertazione con i territori".
Qual è il vero pericolo di queste zone? Il rischio è che i progetti passino senza la VIA (Valutazione di Impatto Ambientale), a condizione di rispettare alcune misure di mitigazione spesso generiche. Ancora più grave è la questione del paesaggio: nelle zone di accelerazione, il parere dell'autorità paesaggistica diventa "obbligatorio ma non vincolante". In pratica, la Soprintendenza può dire che un impianto sfregia un sito archeologico o un'area sensibile, ma chi decide può tranquillamente fare spallucce e andare avanti in nome della "necessità nazionale".
C’è poi il capitolo, quasi kafkiano, dei SIN (Siti di Interesse Nazionale), ovvero le aree che lo Stato dovrebbe bonificare da decenni, come Porto Torres o il Sulcis-Iglesiente. Il piano prevede di metterci sopra distese di pannelli, ma non chiarisce se questi diventeranno un ostacolo fisico alla pulizia dei suoli contaminati da piombo, zinco e cadmio. Si rischia di "coprire" il problema invece di risolverlo, regalando iter agevolati a chi vuole produrre energia su terre che andrebbero prima restituite alla salute dei cittadini.
E la cartografia? La stessa Regione ammette che le mappe hanno un valore "meramente indicativo" per parziale disponibilità dei dati. È un'incertezza che sposta l'onere della prova interamente sul privato, creando un labirinto di contenziosi dove, alla fine, a vincere è sempre chi ha gli avvocati più agguerriti.
Per chi volesse vederci chiaro, tutta la documentazione è disponibile sul portale di Sardegna Ambiente. Non è una lettura per cuori deboli: ci sono i mappali ad alta definizione dove ognuno può controllare se la propria zona è finita nel tritacarne dell'accelerazione. Ma non c'è tempo da perdere. La consultazione pubblica è aperta e i termini per presentare le osservazioni scadono nei primi giorni di maggio. Presenti a questo link: https://portal.sardegnasira.it/-/vas-piano-regionale-di-individuazione-delle-zone-di-accelerazione-terrestri-avvio-consultazione-pubblica
Le conferenze di presentazione sono già iniziate: dopo Cagliari e Sassari, l’appuntamento cruciale è per giovedì 23 aprile ad Abbasanta, presso il Centro Servizi del Nuraghe Losa. È l'ultima occasione per le aziende, i comuni e i singoli cittadini di reclamare il diritto di decidere prima che il piano diventi inderogabile. Una volta approvato, opporsi ai singoli progetti sarà come tentare di fermare un treno in corsa con le mani. I sardi sono avvisati: la partecipazione non è un invito di cortesia, ma l'unica difesa rimasta contro una "transizione" che rischia di assomigliare troppo a una nuova occupazione industriale.