Questa mattina, tra gli stagni del Parco di Molentargius, si è insediato un organismo che ha un compito che definirei quasi sacro: impedire che la memoria genetica della Sardegna finisca nel dimenticatoio della globalizzazione alimentare.
Si chiama "Terza Commissione tecnico-scientifica per l’Agrobiodiversità", un nome lungo per una missione urgente. Sotto la lente di questo consesso finiscono le oltre 140 varietà vegetali e la decina di razze animali che compongono il repertorio regionale. Sono specie a rischio di erosione o estinzione, sopravvissute grazie alla testardaggine di chi la terra la lavora per davvero.
L'Assessore all'Agricoltura Francesco Agus, presente all'insediamento, ha voluto sottolineare come questo tavolo non sia un esercizio di stile accademico: «La Regione Sardegna può contare su figure e competenze di altissimo livello costruite sia sul campo che nella ricerca scientifica messe ogni giorno al servizio dei territori. Questa commissione è il luogo in cui conoscenze ed esperienza si traducono in scelte concrete che riguardano la quotidianità di ciascuno di noi».
La squadra è mista, nel senso più nobile del termine. Ci sono i funzionari regionali, le agenzie Laore e Agris, le Università di Cagliari e Sassari, il CNR. Ma ci sono anche sociologi, storici e, fatto fondamentale, cinque agricoltori iscritti alle associazioni di categoria. Saranno loro a decidere chi entra e chi esce dal "repertorio" delle specie protette e a definire i criteri per riconoscere gli "agricoltori custodi", veri e propri sentinelle della biodiversità.
«Il lavoro dei nostri ricercatori e ricercatrici, degli esperti del settore, incide sul presente e sul futuro della nostra terra – ha commentato ancora Agus – valorizza il ruolo degli agricoltori e degli allevatori custodi, rafforza le filiere esistenti profondamente legate alla nostra identità e favorisce la creazione di nuove, preserva le specie vegetali e animali della nostra isola a rischio di estinzione perché possano essere anche in futuro patrimonio dell’Isola».
Il fine ultimo non è creare un museo delle cere di pomodori e pecore antiche, ma portare questi prodotti sulle tavole, attraverso filiere corte e mercati locali. Perché, come conclude l'Assessore: «L’agrobiodiversità non è una tematica astratta, un tema per i soli addetti ai lavori, ma certezza di qualità e sostenibilità nella vita di tutti i giorni. Esempi lampanti sono le Comunità di tutela che tra i loro obiettivi prevedono la valorizzazione e il rafforzamento di forme di filiera corta, di vendita diretta, di scambio e acquisto di prodotti agricoli e alimentari nei circuiti locali in ambito regionale. O ancora il recupero e la trasmissione dei saperi e sapori locali relativi alle pratiche agricole tradizionali e identitarie delle colture agrarie e allevamenti. Oppure lo studio e diffusione di pratiche di agricoltura biologica a basso impatto ambientale e volti al risparmio idrico. La Regione deve sostenere la ricerca e l’innovazione perché è una leva fondamentale di crescita dei nostri territori».
In sintesi: meno chimica, più storia e, si spera, più reddito per chi custodisce le radici (letteralmente) della Sardegna.