Fluorsid alza la voce: "Bonifiche? Abbiamo speso 22 milioni come promesso. Fuori dai cancelli non tocca a noi"

L'azienda di Macchiareddu replica a Report e alle accuse: "Il piano concordato con la Procura riguardava lo stabilimento, non i terreni esterni. Nessun nesso provato con l'inquinamento dell'area".

CAGLIARI – Dopo il polverone mediatico sollevato dalla trasmissione Report e le nuove indagini della Procura, la Fluorsid decide di aprire i libri contabili e i contratti. La società di Macchiareddu, finita nel mirino per le presunte mancate bonifiche, affida all'avvocato Carlo Sassi una replica che punta a tracciare una linea netta tra gli obblighi assunti e le aspettative dell'opinione pubblica.

La difesa parte da un dato formale, spesso dimenticato nei processi di piazza: "Le accuse formulate nel procedimento penale del 2017 hanno riguardato persone fisiche ma non hanno coinvolto la società Fluorsid e, non essendosi giunti a dibattimento, non sono mai state provate". Nessuna condanna aziendale, dunque. Ma c'era un accordo. E su quello l'azienda rivendica la piena correttezza: "Nel 2019 d'intesa con la Procura della Repubblica l'azienda ha assunto l'impegno a realizzare un piano di investimenti industriali e ambientali per un valore complessivo previsto di circa 22 milioni di euro, che è stato integralmente mantenuto".

Il nodo dei terreni esterni Qui sta il cuore del contenzioso. L'opinione pubblica (e parte della politica) chiede la pulizia dell'intera area industriale e della zona umida. Fluorsid risponde, carte alla mano, che i patti erano diversi. "Il Piano, implementato da Fluorsid, non ha mai previsto interventi di bonifica di terreni nella zona industriale di Macchiareddu, ma esclusivamente opere all'interno dello stabilimento e in altre aree di sua proprietà" – precisa la nota – "finalizzate al miglioramento delle prestazioni ambientali, di salute e sicurezza, prevenzione degli incidenti rilevanti ed efficienza produttiva finalizzata al risparmio energetico".

In sostanza: i soldi sono stati spesi per migliorare la fabbrica, non per bonificare la campagna circostante. E questo perché, sostiene l'azienda di proprietà di Tommaso Giulini (che, va ricordato per dovere di cronaca, non è mai stato indagato), "al momento non esistono, a carico della società, obblighi giuridici di rimozione di materiali, la cui riconducibilità all'attività di Fluorsid, peraltro, non è mai stata dimostrata".

La difesa storica L'azienda respinge al mittente l'accusa di essere un nemico dell'ambiente. "Da oltre 50 anni Fluorsid opera nel settore chimico con un impegno costante verso la tutela dell'ambiente e del territorio, la salute delle persone e il rispetto rigoroso delle normative vigenti". Inoltre, si precisa che "ben prima dell'avvio del procedimento, Fluorsid aveva eseguito la caratterizzazione del sito relativamente al suolo e alle acque sotterranee". La conclusione della società è perentoria: "Non vi è evidenza di contaminazioni dei suoli all'esterno del sito industriale riconducibili al ciclo produttivo di Fluorsid".

La vicenda giudiziaria del 2019 si era chiusa con 11 patteggiamenti (pene sospese e multe), una soluzione tecnica che ha evitato il processo ma ha lasciato aperta, evidentemente, la ferita interpretativa su chi debba pulire cosa. Per Fluorsid, i conti con la giustizia sono in pari.

Cronaca

La Sardegna vuole la verità sulla droga
  La prevenzione si sa, è ciò su cui si dovrebbe investire maggiormente se si vuole placare un fenomeno. In tema di droga, il fatto che non ci sia sufficiente sforzo mette di fronte a due scenari: lamentarsi col vicino perché “i poteri” non si occupano del problema, costringendo le forze dell’ordine agli straordinari, oppure assumersi la respo...