Ci sono luoghi dove lo Stato rischia di diventare un concetto astratto, e uno di questi è il carcere di Bancali. Lì dentro, lontano dagli occhi della città che vive la sua Epifania, si combatte una guerra quotidiana e silenziosa. L'ultimo dispaccio arriva dal Con.Si.Pe., il sindacato della Polizia Penitenziaria, e racconta l'ennesima giornata di ordinaria follia.
I fatti risalgono al 5 gennaio. Mentre fuori si preparavano le calze della Befana, dentro le mura della Casa Circondariale un detenuto ha deciso di trasformare il reparto in un campo di battaglia. Prima il rifiuto di rientrare in cella, poi la barricata. Ma non si è trattato di una protesta pacifica: l'uomo, armato di oggetti contundenti, ha scatenato la sua furia contro il personale in divisa.
Danneggiamenti, minacce esplicite, poi l'aggressione fisica. Il bilancio è quello di uno scontro vero: diversi agenti sono finiti in ospedale, refertati con giorni di prognosi per le lesioni subite. Per fermare la violenza e ripristinare un minimo di ordine e sicurezza, è stato necessario l'intervento massiccio di numerose unità, che hanno operato con quella professionalità fredda che si richiede a chi deve disarmare un uomo senza trasformarsi in aguzzino.
A denunciare l'accaduto è Roberto Melis, Segretario Nazionale del Con.Si.Pe., che interviene con fermezza su quello che non può più essere archiviato come un semplice incidente del mestiere. Per il sindacato, questa escalation è il sintomo di una gestione ormai emergenziale, che espone i poliziotti a rischi che nessun contratto di lavoro dovrebbe prevedere.
Melis non usa mezzi termini e chiede che le istituzioni battano un colpo: «È necessario un immediato intervento da parte delle autorità competenti – dichiara il Segretario – affinché vengano adottate misure concrete di tutela per il personale, sia sul piano operativo che in materia di sicurezza. Non possiamo più tollerare che chi garantisce la sicurezza dello Stato venga lasciato solo di fronte a situazioni di tale gravità».
La richiesta è indirizzata ai piani alti: al Provveditorato Regionale e al Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP). Si chiedono interventi strutturali, non pacche sulle spalle. Perché a Bancali, come in troppe carceri dell'Isola, la dignità e l'incolumità di chi indossa la divisa sembrano essere diventate merce sacrificabile. E questo, in un Paese civile, non è accettabile.