Il petrolio venezuelano è tornato al centro della scena non perché i mercati abbiano già reagito, ma perché si è riaperto un dossier che non era mai stato davvero chiuso. Il blitz statunitense a Caracas riporta sotto i riflettori una questione che riguarda meno l’immediata oscillazione dei prezzi e molto di più l’assetto futuro del potere energetico globale. Le riserve del Venezuela – circa 300 miliardi di barili accertati, la quota più ampia al mondo – rappresentano una massa critica che nessuna grande potenza può permettersi di ignorare.
Nel brevissimo periodo, i listini restano prudenti. Il greggio oscilla poco, il WTI e il Brent non esplodono. È una reazione apparente, legata al fatto che la produzione globale non è ancora stata intaccata: l’OPEC mantiene le quote, le forniture alternative esistono, le scorte reggono. Ma i mercati energetici non anticipano solo ciò che accade oggi: incorporano il rischio di ciò che potrebbe accadere domani. Ed è qui che il Venezuela torna sensibile.
Il nodo centrale non è soltanto Caracas, ma CITGO, la società petrolifera statunitense controllata al 100% dalla PDVSA. Tre raffinerie, una rete di oleodotti, una presenza industriale strategica sul suolo americano. CITGO è il punto di contatto tra il petrolio venezuelano e il sistema energetico degli Stati Uniti. Controllarne il destino significa incidere non solo sulle esportazioni, ma sulla catena del valore: raffinazione, logistica, distribuzione.
Su questo punto insiste anche Michele Marsiglia, presidente di FederPetroli Italia**, che a LaPresse chiarisce il cuore della partita: “Poco se ne parla ma il grande problema si chiama CITGO, azienda petrolifera Usa detenuta al 100% dalla compagnia di Stato petrolifera venezuelana PDVSA con oleodotti e tre raffinerie in territorio americano. Stanno giocando la guerra per i futuri blocchi esplorativi offshore e i giacimenti a terra che dovranno essere esplorati con tecniche invasive come il fracking. Ci troviamo in una terra ricca di greggio pesante e fonte di ricchezza per diversi usi commerciali. Gli Usa sono interessati alla raffinazione di Caracas”.
A questo si aggiunge la geografia dei flussi. Oggi oltre il 70% del greggio venezuelano finisce in Cina, a prezzi scontati, come contropartita politica ed economica. Washington osserva da tempo questa dinamica. Ridurre l’influenza cinese in America Latina significa anche sottrarre a Pechino una fonte energetica stabile e a basso costo. Il petrolio, in questo senso, diventa strumento di competizione strategica, non semplice merce.
Il diritto internazionale resta sullo sfondo, evocato più che applicato. Le prese di posizione dell’ONU o di alcuni governi europei non producono effetti immediati sulle scelte operative. Le aziende, invece, devono misurarsi con decisioni concrete: sanzioni, blocchi dei pagamenti, licenze revocate. Lo dimostra il caso di Eni, che in Venezuela incassava crediti in carichi di greggio e oggi vede congelati quei meccanismi. Non è un segnale politico, ma industriale: quando il quadro giuridico diventa instabile, il rischio sale e gli investimenti rallentano.
Sul piano produttivo, il Venezuela resta sottoutilizzato. Produce meno di un milione di barili al giorno contro i oltre tre milioni e mezzo degli anni Novanta. Il paradosso è che un recupero significativo non richiederebbe decenni: basterebbero interventi di riammodernamento sugli impianti esistenti. Ma qui entra in gioco la tecnologia. Gran parte delle risorse venezuelane è greggio pesante, spesso associato a tecniche invasive come il fracking, ambito in cui le aziende statunitensi dispongono di un vantaggio competitivo netto. Non a caso, l’unica major americana ancora presente è Chevron.
Per il lettore, il punto chiave è questo: non è necessario che i pozzi si fermino perché il prezzo salga. Basta che aumenti l’incertezza. Se le petroliere restano bloccate, se i contratti diventano fragili, se le sanzioni ridisegnano i flussi, il mercato applica un premio di rischio. Ricordiamolo, il premio di rischio è l'aumento di prezzo che i mercati applicano quando vige l'incertezza. Le quotazioni incorporano la paura di interruzioni future. E quell’aumento si trasmette lungo la filiera, fino ai carburanti. E quindi in poche parole si rivolge a tutti noi.
Il Venezuela è un banco di prova del nuovo equilibrio energetico: Stati Uniti contro Cina, diplomazia ridotta a cornice, aziende costrette a muoversi in un terreno sempre più geopolitico. I prezzi oggi osservano. Ma la storia dell’energia insegna che, quando la politica entra nei giacimenti, i mercati smettono presto di essere pazienti.