Tra Cagliari e Monserrato l’acqua scorre, la burocrazia galleggia. Cronaca di uno spreco immobile

In Sardegna siamo maestri nella retorica della siccità. Ci riempiamo la bocca di "oro blu", facciamo convegni sui cambiamenti climatici e ci lamentiamo – giustamente – quando le dighe sono a secco. Poi però basta andare al confine tra Cagliari e Monserrato, precisamente tra via Decio Mure e via degli Astri, per assistere a uno spettacolo irriguo non necessario: l'acqua scorre, si spreca, mangia l'asfalto, e nessuno muove un dito.

Non è una novità di oggi. È una storia vecchia, stantia, che va avanti da anni nel silenzio delle amministrazioni e nel rimpallo delle competenze. Il GrIG (Gruppo d’Intervento Giuridico) ha la memoria lunga e gli archivi pieni: ha inviato segnalazioni il 5 luglio 2022, il 20 agosto dello stesso anno, poi ancora nell'aprile del 2023. Risultato? Nessuno. O meglio, un capolavoro di scaricabarile.

La vicenda ha i contorni tipici della commedia all'italiana. Il Comune di Monserrato, interpellato nel luglio 2022, se ne lavò le mani (è il caso di dirlo) scrivendo che «a seguito di sopralluogo di verifica effettuato in data odierna, si è accertato che le perdite riguardano delle reti idriche la cui gestione è di competenza di Abbanoa s.p.a.».

Finita qui? Macché. Abbanoa, chiamata in causa, rispose due mesi dopo, a settembre 2022. I tecnici del gestore idrico andarono sul posto, fecero le analisi e sentenziarono: non è roba nostra. Nella nota ufficiale si legge che non fu riscontrata «alcuna dispersione dai sottoservizi gestiti da questa Società». Secondo loro, l'acqua arrivava da un «lotto privato destinato a cantiere (apparentemente abbandonato)».

La spiegazione tecnica fornita da Abbanoa ha il sapore della beffa chimica: dai prelievi effettuati risultò che «il valore dei parametri chimici analizzati (in particolare la Conduttività non assimilabile a quella dell’acqua distribuita nella zona di Cagliari) e la totale assenza di cloro residuo fanno escludere che la perdita sia generata dalla rete idrica potabile». Insomma: l'acqua non è dell'acquedotto, forse è di falda, forse di cantiere, quindi che scorra pure.

E così, tra una carta bollata e un'analisi chimica, siamo arrivati al 2026. L'acqua continua a uscire e la strada continua a rovinarsi.

Oggi, 7 gennaio, il GrIG ha perso la pazienza e ha alzato il tiro. Ha inviato una nuova istanza a tutti: Comuni, Carabinieri, Corpo Forestale e Abbanoa. Ma soprattutto ha informato la Procura regionale della Corte dei conti. Perché se non basta il buon senso per chiudere un tubo, forse basterà la paura di dover pagare per il «danno erariale». Resta la domanda di fondo, semplice e disarmante: in un Paese civile, ci vogliono davvero quattro anni e la magistratura contabile per riparare una perdita?

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