Le partite il venerdì ed il lunedì alle 18:30 un insulto ai lavoratori abbonati.

  Le partite del lunedì e del venerdì sotto la lente d’ingrandimento. Soprattutto quelle che si giocano a pomeriggio inoltrato. Ultima in ordine di tempo Cagliari-Atalanta, lunedì 27 aprile, ore 18:30. Un orario che suona come una beffa per chi ha scelto di dare fiducia al Cagliari Calcio staccando un abbonamento a inizio stagione. La Lega Serie A e le televisioni hanno deciso: lo spettacolo deve andare in onda a quell'ora perché il "palinsesto" comanda, poco importa se le poltrone della “Unipol Domus” rischiano di restare vuote o occupate solo da chi ha il privilegio di non avere orari. Ma, parliamoci chiaro, non c’è traccia di chi possa difendere gli interessi di chi lavora. Nessuno che focalizzi l’interesse del commerciante che a quell’ora ha la serranda alzata e non può certo mollar tutto per correre allo stadio. Oppure altresì l’impiegato o l'operaio che timbra il cartellino mentre le squadre scendono in campo.

  Pagare centinaia di euro per un abbonamento e poi trovarsi impossibilitati a usufruirne perché "il business" ha deciso che il lunedì pomeriggio è l'ora del calcio, è un insulto al portafoglio e alla passione. E poi c’è il capitolo Sardegna vera, quella che non finisce ai confini di viale Diaz o del Poetto. Non si sa cosa dovrebbero fare i tifosi che arrivano dal centro o dal nord dell’Isola a seguire una squadra che ha un’identità ben definita in ogni angolo della regione. Per un abbonato di Sassari, Nuoro o Olbia, una partita alle 18:30 di lunedì significa una cosa sola: mezza giornata di ferie obbligatoria per il viaggio e un rientro a casa nel cuore della notte, con la sveglia che suona poche ore dopo per tornare al lavoro. È un sacrificio che va oltre l’amore per la maglia: è una mancanza di rispetto logistica verso chi tiene in piedi il sistema calcio. Il gioco moderno sta diventando un salotto televisivo asettico, dove il pubblico allo stadio è considerato solo un "rumore di fondo" o una macchia di colore utile alle riprese. Si dimentica però che senza quel commerciante di Carbonia, senza quell’artigiano di Oristano o quel giovane di Porto Torres che fanno i salti mortali per esserci, il calcio perde la sua anima. Ed un monito per la Lega Calcio: un abbonamento non è solo un incasso garantito. È un patto d’onore. Fissare partite in orari proibitivi per chi produce e per chi viaggia significa tradire quel patto, se è vero, come è vero, che il calcio è della gente A giudicare da questi orari, sembra solo dei signori del telecomando.

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