Il paradosso economico della Sardegna: la ricchezza cresce più che nel resto d'Italia, ma tassi d'interesse record e geopolitica soffocano le imprese

L'analisi dell'Ufficio Studi di Confartigianato restituisce la fotografia di un'Isola a due velocità. Se il Prodotto Interno Lordo segna un incoraggiante +1,1%, l'accesso ai prestiti bancari sfiora l'undici per cento, il dato peggiore del Paese. A questo si sommano le ripercussioni della crisi di Hormuz sull'energia e una profonda mutazione del mercato del lavoro. L'estate del 2026 consegna alla Sardegna lo specchio di un'economia bifronte, capace di generare ricchezza a ritmi superiori rispetto al resto della nazione, ma contemporaneamente costretta a lottare per la propria sopravvivenza quotidiana. È un quadro complesso, in cui le dinamiche globali si abbattono direttamente sui bilanci delle botteghe artigiane e delle piccole aziende locali, quello tracciato dal report "Navigare nell’incertezza: le tendenze dell’estate 2026 per l’economia e imprese della Sardegna". Lo studio, elaborato dall’Ufficio Studi di Confartigianato Sardegna incrociando i dati di ISTAT, Ministero del Lavoro, Svimez e Banca d’Italia, impone una riflessione profonda su cosa significhi oggi fare impresa sull'Isola. Il dato di partenza è per molti versi sorprendente e testimonia una resilienza fuori dal comune. L'economia sarda cresce, e lo fa a un ritmo stimato del +1,1% del PIL (il Prodotto Interno Lordo, ovvero il valore complessivo di tutti i beni e servizi finali prodotti sul territorio). Si tratta di una percentuale che doppia la media nazionale, ferma al +0,5%, e stacca nettamente anche il resto del Mezzogiorno (+0,7%). Eppure, questa indubbia vitalità rischia di trasformarsi in un'illusione ottica se non viene contestualizzata. A inquadrare il fenomeno è Giacomo Meloni, Presidente Regionale di Confartigianato Sardegna, le cui parole tracciano il perimetro esatto del problema: «E’ una Sardegna a due velocità – commenta Giacomo meloni, Presidente Regionale di Confartigianato Sardegna – perché da un lato abbiamo un PIL che aumenta dell'1,1%, facendo meglio di tutto il resto del Paese e del Mezzogiorno, a dimostrazione della straordinaria forza di reazione del nostro tessuto produttivo». Il rovescio della medaglia, tuttavia, è immediato: «Dall'altro, però – continua Meloni - questa crescita avviene in un complesso internazionale che scarica i costi direttamente sulle bollette e sui costi di produzione delle nostre imprese». Per comprendere questa affermazione bisogna guardare alle mappe geopolitiche. Tra febbraio e giugno del 2026, la crisi nello Stretto di Hormuz – un fondamentale e strettissimo snodo marittimo tra il Golfo Persico e il Golfo di Oman, attraverso il quale transita una vastissima fetta del petrolio e del gas naturale liquefatto mondiale – ha generato un'onda d'urto arrivata fino in Sardegna. I riflessi di quelle tensioni hanno fatto impennare i prezzi di elettricità e gas nell'Isola del 5,1%. L'effetto a cascata è stato un ritorno dell'inflazione: i prezzi al consumo hanno ripreso a correre, segnando lo scorso maggio un incremento del 3,2% rispetto all'anno precedente. Ma il vero macigno che rischia di schiacciare le PMI (Piccole e Medie Imprese, l'ossatura fondamentale dell'economia italiana e sarda) è l'accesso al credito. Chiedere un prestito in Sardegna è diventato un lusso proibitivo. Complice la stretta monetaria e il recente rialzo dei tassi deciso a giugno dalla BCE (la Banca Centrale Europea, l'istituto che governa la moneta unica governando il costo del denaro), a marzo 2026 il tasso di interesse applicato alle piccole imprese isolane ha raggiunto l'esorbitante quota del 10,6%. È il valore più alto registrato tra tutte le regioni e province autonome d'Italia. Per tradurre questo dato in termini concreti: l'Isola sconta un divario sul costo del credito pari a 150 "punti base" rispetto ai livelli di giugno 2022 (un punto base equivale a un centesimo di punto percentuale, quindi si parla di un rincaro maggiore dell'1,5% netto) contro una media nazionale di 191. Il risultato è la desertificazione finanziaria. I prestiti alle aziende sarde sono crollati del 3,3% su base annua, una caduta libera ininterrotta dal dicembre 2022, che per il comparto prettamente artigiano sprofonda addirittura a un -5,3%. Su questo tema, la posizione dei vertici dell'associazione di categoria è durissima: «È inaccettabile che una piccola impresa sarda debba pagare il denaro il 10,6%, il tasso più alto d'Italia, a fronte di una media nazionale decisamente più bassa – sottolinea - siamo di fronte a un gap strutturale di 150 punti base che penalizza ingiustamente i nostri artigiani. La stretta creditizia, che per le nostre piccole realtà dura ormai da oltre tre anni, rischia di bloccare ogni velleità di investimento proprio nel momento in cui l'economia isolana dimostra segnali di dinamismo. Chiediamo con forza interventi che riequilibrino le condizioni di accesso al credito: non si può fare impresa con questi costi finanziari». L'ultimo capitolo del rapporto analizza il mercato del lavoro e l'export, restituendo una realtà in forte mutazione. Sul fronte internazionale, il primo trimestre del 2026 ha visto le esportazioni manifatturiere regionali crollare del 22,3%. A pesare sono state le frenate di mercati storicamente strategici: la Germania, in difficoltà economica, ha ridotto le commesse dell'11,5%, mentre verso gli Stati Uniti si è registrato un tracollo del 47,9%, diretta conseguenza delle recenti politiche post-dazi applicate da Washington. Nel mercato del lavoro interno si assiste a una complessa trasformazione sociale. Da un lato vi è una fuga dal lavoro dipendente nei settori tradizionali: nel primo trimestre il tasso di occupazione è sceso al 57,5% (-1,4 punti percentuali, il quarto calo più grave in Italia), con voragini nel manifatturiero (-18,7%) e nelle costruzioni (-12,5%). Dall'altro lato, il lavoro indipendente e autonomo cresce di quasi il 7% (esattamente il 6,8%). Le previsioni per il trimestre estivo indicano una potenziale diminuzione complessiva delle assunzioni del 4,2%, trainata anche da una contrazione stimata del 4,5% nel settore dell'alloggio, ristorazione e turismo, sebbene elaborazioni più recenti su micro-settori specifici intravvedano timidi spiragli di ripresa (+4,4% per i servizi puramente turistici e +13,4% per alcuni rami manifatturieri). Tuttavia, a prescindere dalle oscillazioni statistiche, il vero dramma strutturale rimane il mismatch, un termine anglosassone che nel linguaggio economico indica il disallineamento tra le competenze richieste dalle aziende e quelle effettivamente offerte da chi cerca impiego. In Sardegna, nonostante una lieve flessione del dato rispetto allo scorso anno, quasi un'assunzione su quattro è a rischio: il 38,3% delle figure professionali ricercate è considerato "di difficile reperimento". Non ci sono le competenze o, semplicemente, non ci sono candidati. Una dinamica allarmante che chiude l'analisi del Presidente Meloni: «Il calo dell'occupazione nei settori chiave come il manifatturiero, che perde quasi il 19% degli occupati, e le costruzioni, in calo del 12,5%, è un segnale che non può essere ignorato – conclude Meloni – se da una parte salutiamo con favore la crescita del lavoro indipendente (+6,8%), non possiamo non preoccuparci per la contrazione della domanda prevista per l'estate, con un calo del 4,2% nelle assunzioni programmate. A questo si aggiunge l'eterno problema del “mismatch”: quasi il 40% delle imprese non trova il personale necessario. Dobbiamo investire sulla formazione e rendere i mestieri artigiani nuovamente attrattivi per i giovani, se vogliamo mantenere vivo il sistema produttivo sardo».

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