Rubrica: Il muretto a secco

La dittatura dell'istante e la pazienza della pietra

Il pollice scorre sul vetro dello smartphone con un ritmo nervoso. Scarta, approva, cancella. È il gesto liturgico del nostro tempo: trecento volte al giorno chiediamo alla realtà di cambiare scena, di intrattenerci, di andare più veloce. Se una pagina web impiega tre secondi a caricarsi, proviamo un’irritazione fisica, un formicolio di rabbia perdendo la cognizione del ritmo.

Su Gazzetta Sarda parliamo spesso di ritardi: i treni che non arrivano, i cantieri infiniti sulla 131, la burocrazia che soffoca le imprese. Sono battaglie sacrosante. Ma c'è un rischio sottile che corre sotto la pelle di queste rivendicazioni: l'idea che "veloce" sia sempre e comunque sinonimo di "migliore". E che l'attesa sia un difetto di fabbrica della realtà.

Fermiamoci un momento sulla parola che tiranneggia le nostre agende: Urgente. La usiamo per le email, per le scadenze, per le decisioni politiche. Ma se grattiamo via la polvere dell'uso quotidiano e scendiamo all'etimologia latina, scopriamo che urgere non significa "importante". Significa "premere", "spingere", ma anche "perseguitare". L'urgenza è una pressione fisica che toglie spazio vitale. Chi ha fretta non vede; chi corre guarda solo la punta delle proprie scarpe, mai l'orizzonte.

In Sardegna, questa nevrosi dell'istante si schianta contro una realtà geologica antica. Provate a spiegare il concetto di "tutto e subito" a un innesto che deve prendere su un olivastro. Provate a spiegarlo al mosto che deve fermentare. La nostra terra possiede una filosofia implicita, scritta nel paesaggio: la resistenza all'accelerazione artificiale.

È qui che recuperiamo un'altra parola: Pazienza. Oggi la scambiamo per rassegnazione, la virtù dei deboli che chinano il capo. Nulla di più falso. La radice è patire, che in senso antico non è soffrire passivamente, ma "sentire", sopportare il peso, "stare" nelle cose senza spezzarsi. È una virtù muscolare, attiva.

Guardate i nostri muretti a secco. Non c'è cemento a tenerli insieme, non c'è la "colla rapida" della modernità. C'è solo l'arte dell'incastro, la fatica di trovare per ogni sasso il suo compagno, il suo vuoto da riempire. Se il costruttore avesse avuto l'urgenza di finire, avrebbe gettato tutto in una betoniera: il muro sarebbe sorto in un'ora, ma sarebbe crollato al primo maestrale. Invece è lì da cent'anni, perché ha accettato il tempo necessario per assestarsi.

Dobbiamo imparare a distinguere la Perdita di tempo dall'Attesa. La prima è il vuoto burocratico, l'inefficienza colpevole, e va combattuta con ferocia. La seconda è il tempo di maturazione, ed è sacra. Quando la politica o l'economia ci promettono soluzioni "chiavi in mano" e rivoluzioni istantanee per l'Isola, dovremmo attivare il nostro antico scetticismo. La fretta costruisce rovine; la pazienza costruisce cattedrali — o nel nostro caso, Nuraghi.

Forse la vera trasgressione culturale, oggi, è riprendersi il diritto di coniugare i verbi lentamente. Quell'istante di silenzio prima di rispondere o non farlo, a un insulto sui social, quel mese in più per progettare un piano turistico che non devasti la costa. La domanda per il futuro della Sardegna non è "quanto velocemente possiamo correre?", ma "quanto solidamente sappiamo incastrarci?".

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