L'analisi del Centro Studi Agricoli sui dati dell'anagrafe zootecnica: 703 aziende chiuse dal 2023. Piana: "Non è allarmismo, è matematica". E intanto arrivano le cisterne dalla Francia.
CAGLIARI – La matematica non è un'opinione, nemmeno nei campi. Il calcolo fatto dal Centro Studi Agricoli (CSA) è semplice e spietato: negli ultimi tre anni la Sardegna ha perso quasi 200mila pecore. Per la precisione, all'appello mancano 194.935 capi.
Non è una flessione stagionale, è una smobilitazione. Incrociando i dati della Banca Dati Nazionale, l'associazione agricola certifica la chiusura di 703 aziende tra il 2023 e il 2025.
Il pallottoliere segna un calo verticale: si è passati dai 2.869.266 capi del 2023 ai 2.674.331 di oggi.
La proiezione: il deserto nel 2040
Se il ritmo restasse questo, il futuro sarebbe scritto. Il CSA ha proiettato la curva statistica sui prossimi quindici anni. Il risultato è che nel 2040 si perderanno complessivamente 1.094.000 ovini. Significa che un capo su due sparirà dai pascoli isolani.
La conseguenza industriale è ovvia: mancheranno 175 milioni di litri di latte rispetto ai 330 milioni attuali.
Tore Piana, presidente del CSA, non usa mezzi termini: «Non è allarmismo: è matematica applicata ai dati ufficiali. Non stiamo parlando di qualche azienda in difficoltà, ma di una perdita strutturale devastante per reddito, occupazione e territorio».
Il prezzo e le cisterne estere
Per fermare l'emorragia, il CSA mette sul piatto proposte concrete. La prima è economica: fissare un prezzo minimo garantito non inferiore a 1,40 euro al litro.
Ma il mercato ha le sue leggi, spesso crudeli. Piana denuncia che «pare stiano arrivando in Sardegna numerose cisterne da 30 mila litri di latte ogni settimana di latte ovino provenienti da Sicilia e Francia dove il latte ovino viene oggi pagato sotto il Prezzo di 1,20 litri». Un'operazione legittima, precisa, ma «moralmente inaccettabile come Sardi».
Le accuse alla burocrazia
C'è poi la questione politica. Il dito è puntato contro la Regione, definita «completamente assente sulle dinamiche della filiera», e contro gli organismi di controllo.
Nel mirino c'è OILOS, l'Organizzazione Interprofessionale. «Oggi OILOS è letteralmente scomparso da qualsiasi visione della filiera pur avendo ricevuto un finanziamento regionale di 500 mila euro, che fine hanno fatto questi fondi?», si chiede il CSA.
Si chiede anche una riforma del Consorzio del Pecorino Romano DOP, affiancando la denominazione "Sardegna" per distinguere il prodotto isolano da quello laziale o toscano.
«Affiancare il nome Sardegna al Pecorino Romano DOP non è una provocazione, è un atto di verità e giustizia verso chi produce la materia prima», spiega Piana. E conclude con una sentenza che suona come un ultimatum: «Se non interveniamo ora, tra quindici anni parleremo del comparto ovino sardo solo al passato».