Sassari, tumori del cavo orale e intelligenza artificiale: lo studio di Uniss e Aou

L'Università degli Studi di Sassari ha coordinato uno studio internazionale sull'utilizzo dell'intelligenza artificiale per la diagnosi precoce dei tumori del cavo orale. La ricerca, condotta insieme all'Azienda Ospedaliero-Universitaria cittadina, è stata pubblicata sulla rivista scientifica Otolaryngology–Head and Neck Surgery con il titolo "Image-Based Diagnosis of Oral Lesions: Performance of a Vision-Language Model versus Human Clinicians". Il lavoro analizza le capacità di un modello multimodale basato sul sistema Gemini 2.5 Pro nell'esame delle lesioni della mucosa.

Il progetto si inserisce nel programma e.INS – Ecosystem of Innovation for Next Generation Sardinia (Spoke 01), finanziato dal Pnrr tramite i fondi NextGenerationEU. L'iniziativa si lega inoltre a Telemaco-S, percorso condiviso da Uniss e Aou per lo sviluppo della telemedicina e della medicina di precisione.

Sulla rilevanza clinica interviene Giacomo De Riu, ordinario di Chirurgia Maxillo-Facciale e direttore della Struttura Complessa dell'Aou di Sassari: «Il carcinoma del cavo orale continua a rappresentare un problema importante perché una quota ancora troppo elevata dei pazienti arriva alla diagnosi quando la malattia è già in uno stadio avanzato». Sulle tempistiche aggiunge: «Il ritardo diagnostico può dipendere dal paziente, che talvolta sottovaluta una lesione iniziale, ma anche dalla difficoltà di riconoscere manifestazioni che nelle prime fasi possono assomigliare a condizioni benigne. Ridurre il tempo tra la comparsa della lesione, il suo riconoscimento e l’invio allo specialista rappresenta quindi uno degli obiettivi più importanti nella lotta contro questi tumori».

La ricerca prospettica multicentrica ha coinvolto 350 pazienti distribuiti in venti strutture di Italia, Belgio, Francia, Spagna e Israele, utilizzando l'esame istologico come parametro di verifica. Il ricercatore dell'Università e dirigente medico dell'Aou Luigi Angelo Vaira, principal investigator dello studio, spiega l'impostazione: «Abbiamo voluto verificare cosa accadesse portando un modello multimodale disponibile al pubblico, ma in una versione appositamente allenato, fuori dai dataset sperimentali e all’interno di una casistica clinica reale». Sulle modalità operative precisa: «Abbiamo sviluppato un protocollo standardizzato basato su Gemini 2.5 Pro e lo abbiamo testato prospetticamente su 350 pazienti. Al sistema non abbiamo chiesto semplicemente di riconoscere la presenza di una lesione: doveva valutarne la possibile natura benigna o maligna, formulare una diagnosi e stabilire quanto rapidamente il paziente dovesse essere indirizzato verso una valutazione specialistica». L'intelligenza artificiale ha registrato un'accuratezza del 97,1 per cento.

Il test ha previsto un confronto con le valutazioni umane: il medico di medicina generale ha ottenuto un'accuratezza del 72,5 per cento, l'odontoiatra del 78,2, lo specialista in patologia orale dell'87,4 e il chirurgo testa-collo esperto del 99,4. Sulla lettura dei dati Vaira chiarisce: «Questo confronto non significa che l’intelligenza artificiale sia superiore a una determinata categoria professionale». Il ricercatore prosegue: «Lo studio non è stato progettato per dimostrarlo. Evidenzia piuttosto quanto il riconoscimento delle lesioni del cavo orale possa essere complesso al di fuori dei contesti specialistici. È proprio qui che immaginiamo il possibile ruolo dell’intelligenza artificiale: non sostituire il medico, ma supportarlo nell’individuazione di una lesione potenzialmente sospetta e facilitare un invio più rapido allo specialista. Il fatto che il chirurgo testa-collo esperto abbia ottenuto le migliori performance conferma che la competenza specialistica rimane il riferimento».

L'obiettivo è integrare questi strumenti nei percorsi di triage territoriale. «Il punto centrale», conclude Vaira, «è che non dobbiamo interpretare l’intelligenza artificiale come un concorrente del medico. È una tecnologia estremamente potente che, se adeguatamente validata e inserita all’interno di percorsi clinici controllati, può diventare un nuovo strumento nelle nostre mani. La sfida dei prossimi anni sarà imparare a utilizzarla nel modo corretto, mettendola al servizio del professionista e soprattutto del paziente».

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