La sottile linea rossa: tra il dovere del contenimento e il rischio dell'abuso.

  Quando la cronaca ci mette di fronte a fatti drammatici in cui un intervento delle forze dell’ordine si conclude con la morte di una persona, il dibattito pubblico tende inevitabilmente ad spaccarsi in due fazioni opposte e inconciliabili. Da un lato vi è chi invoca a prescindere la tutela dell’operato dello Stato, dall’altro chi punta subito il dito contro la violenza delle divise. Eppure, la realtà giuridica ed etica del lavoro di pubblica sicurezza non vive di tifoserie, ma si muove su un filo di seta estremamente sottile: la linea di demarcazione che separa il legittimo contenimento di una minaccia dal reato di abuso dei poteri e di uso eccessivo della forza.

  Il primo elemento da rilevare è la natura complessa, e spesso drammaticamente caotica, delle situazioni in cui le forze dell’ordine sono chiamate ad intervenire. Un agente di Polizia o un Carabiniere non lavora in un ambiente protetto o in condizioni di laboratorio. Spesso si trova a dover gestire in pochi secondi individui in forte stato di alterazione psicofisica, persone armate o soggetti estremamente aggressivi che stanno commettendo reati, danneggiando beni o mettendo a repentaglio l'incolumità di ignari cittadini. In questi contesti, l'uso della forza fisica non è solo una facoltà, ma un preciso dovere istituzionale. La legge attribuisce allo Stato il monopolio della forza legittima proprio per proteggere la comunità. Bloccare, immobilizzare o disarmare chi si trova fuori dal controllo di sé o sta violando la legge richiede protocolli di "contenimento" che prevedono inevitabilmente l'uso delle mani, dei mezzi di coercizione come le manette o di strumenti tecnici in dotazione.

  Tuttavia, la forza assegnata agli operatori non è mai una cambiale in bianco. È strettamente perimetrata dal codice penale e dai principi fondamentali del nostro ordinamento. Per stabilire dove finisce il contenimento e dove inizia l'abuso, la Giurisprudenza e la dottrina legale si basano su tre concetti chiave: necessità, proporzionalità e adeguatezza. L'uso della forza è necessario solo quando non vi sono alternative pacifiche o di mediazione verbale per scongiurare un pericolo imminente. Deve essere proporzionato al tipo di minaccia che si sta affrontando: la reazione dell'agente non può superare la gravità del rischio o del bene giuridico da tutelare. Infine, deve essere adeguato ed eticamente orientato: lo scopo dell'intervento di polizia deve sempre e solo essere quello di neutralizzare la minaccia o mettere in sicurezza il soggetto, mai quello di punire, sopraffare o infliggere una sofferenza inutile. Quando si supera questo confine?

  La linea viene travalicata nel momento in cui la coercizione fisica prosegue oltre la fase del fermo effettivo. Immobilizzare a terra una persona già bloccata o manettata per un tempo prolungato, applicare pressioni eccessive sul torace o sul collo (tecniche drammaticamente note alla cronaca internazionale e nazionale), o cedere alla rabbia del momento trasformando il contenimento in una resa dei conti, fa scivolare l'azione dall'adempimento di un dovere al reato. Che si tratti di eccesso colposo o di abuso d'ufficio, fino alle ipotesi più gravi come l'omicidio colposo o preterintenzionale, la tutela del cittadino deve valere anche quando quel cittadino sta commettendo un reato. La vera sfida per uno Stato democratico sta nel non lasciare i propri operatori nell'incertezza operativa. Un poliziotto o un carabiniere lasciato solo, con poca formazione specifica sulla gestione dello “stress” da crisi o sull'uso delle tecniche d'immobilizzazione non letali, è un operatore esposto al rischio di errore.

  Allo stesso tempo, un sistema che non analizza con rigore e trasparenza gli eventuali errori di valutazione rischia di minare la fiducia della collettività nelle istituzioni. Garantire che un malvivente o un soggetto pericoloso venga fermato è una fondamentale richiesta di sicurezza che i cittadini rivolgono alle istituzioni. Ma garantire che questo avvenga sempre all'interno del perimetro della legalità e del rispetto della vita umana è ciò che distingue uno Stato di diritto da un regime arbitrario. Su questo equilibrio imperfetto, ma irrinunciabile, si gioca ogni giorno la credibilità di chi indossa una divisa e la tutela di ogni singolo cittadino.

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