I Comuni chiamano il Governo alla prova dei conti sul Piano Casa: respinto il riciclo dei fondi per le periferie

L'Alleanza degli assessori avverte l'esecutivo dopo l'annuncio del provvedimento in Consiglio dei Ministri. Il patto dei municipi chiede risorse nuove per l'edilizia popolare e mette in guardia dalle scorciatoie urbanistiche che scaricano i costi sociali sulle amministrazioni locali.

Il Consiglio dei Ministri vara l'annuncio del nuovo Piano Casa e le amministrazioni cittadine italiane chiamano immediatamente il Governo alla prova dei fatti. L'Alleanza Municipalista per il Diritto alla Casa, il coordinamento istituzionale che riunisce gli assessori alle politiche abitative di oltre trenta città, da Roma a Milano, passando per Napoli, Torino e Alghero, rappresentata per l'occasione dal delegato Roberto Corbia, attende di leggere il testo definitivo ma fissa già i paletti contabili e operativi della trattativa con l'esecutivo nazionale. Il nodo centrale della contestazione è strettamente finanziario. I municipi denunciano il rischio di un'operazione costruita drenando denari già assegnati ai territori. «Non si può pensare di risolvere il problema della casa con un Piano nazionale che di fatto si avvale di fondi già destinati ai Comuni per progetti di rigenerazione urbana», denunciano gli amministratori, avvertendo che servono stanziamenti inediti, dedicati e vincolati, affinché non siano gli enti locali a dover pagare la manovra governativa.

L'attenzione dei delegati comunali si concentra sui tempi di attuazione e sulla reale proporzione tra i fondi sbloccati e il numero di abitazioni promesse, ritenendo essenziale verificare la consistenza del piano rispetto alla crisi abitativa che stringe i centri urbani. La rete degli amministratori detta le priorità di spesa indicando come urgenza assoluta l'Erp, l'edilizia residenziale pubblica, ovvero le storiche case popolari. Il settore è oggi soffocato da graduatorie interminabili e da un patrimonio immobiliare logoro, rimasto orfano di adeguati finanziamenti per anni. Oltre alla tutela dei ceti più fragili, i Comuni sollecitano garanzie di accessibilità e aiuti diretti per quella fascia di popolazione considerata grigia, in quanto tagliata fuori sia dalle garanzie richieste dal libero mercato immobiliare sia dai requisiti di povertà necessari per accedere all'edilizia sovvenzionata.

A preoccupare i delegati alle politiche abitative è anche il capitolo del provvedimento dedicato alle semplificazioni urbanistiche e all'assegnazione di poteri straordinari. Gli assessori temono la deregolamentazione del territorio e avvertono che «interventi di questa natura devono evitare scorciatoie che rischiano di indebolire la pianificazione e la qualità urbana, oltre che aprire spazi a operazioni non coerenti con l’interesse pubblico». Altrettanto spinoso si profila il fronte degli sfratti all'interno del patrimonio pubblico. I sindaci e i loro delegati premono per avere chiarimenti, sostenendo che «senza un parallelo e robusto investimento in soluzioni abitative alternative e in presa in carico sociale si rischia di spostare il problema, aggravandolo e scaricando interamente sui Comuni i costi economici e sociali delle scelte nazionali».

L'Alleanza rivendica il proprio ruolo di trincea delle istituzioni cittadine, le uniche chiamate a gestire quotidianamente il disagio abitativo con risorse insufficienti e responsabilità crescenti. Di fronte a questo scenario, il fronte municipalista chiede l'apertura di un confronto reale con le autonomie e un radicale cambio di passo attraverso investimenti pubblici strutturali, il recupero degli immobili esistenti, una più severa regolazione dei mercati e maggiori tutele per chi rischia l'espulsione dalle città. In attesa della pubblicazione del testo ufficiale, il documento siglato dagli assessori si chiude con un avvertimento netto al Governo, ribadendo «che senza risorse adeguate, strumenti efficaci e una reale collaborazione istituzionale, nessun Piano potrà dare le risposte che cittadine e cittadini aspettano».

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