Porto Rotondo, il cemento chiama. Ma le regole dicono altro

Porto Rotondo non è un villaggio qualsiasi. Nato nel 1964 grazie ai fratelli veneziani Luigi e Nicolò Donà dalle Rose, ebbe un’impronta identitaria: la Piazzetta San Marco, la chiesa di San Lorenzo con le opere di Cascella e Ceroli, il rimando a Venezia. Tutto sotto vincolo paesaggistico dal 1965.

Negli anni ’70 e ’80 il borgo prese corpo. Nel 1987 arrivò un piano particolareggiato per conservarne le caratteristiche, classificandolo come zona “B – residenziale” del programma di fabbricazione di Olbia. Da allora, quell’atto resta la cornice giuridica. Ma il nodo irrisolto è la mancata individuazione di Porto Rotondo come zona “A – centro matrice”, che darebbe più forza alla tutela.

Il Comune di Olbia, intanto, è rimasto senza un Piano urbanistico comunale coerente col Piano paesaggistico regionale. Il Puc adottato nel 2020 dall’amministrazione Nizzi è stato bocciato dalla Regione nel 2021. Da lì, tutto fermo.

Il piano particolareggiato convenzionato nel 1988 ha perso efficacia: è scaduto da tempo il termine decennale per le opere di urbanizzazione. La legge è chiara: niente nuove volumetrie. Ma il Consiglio comunale di Olbia, il 30 luglio 2025, ha approvato il “Progetto di completamento del piano particolareggiato” e una variante al programma di fabbricazione, con dentro circa 20 mila metri cubi di nuove volumetrie private.

Le polemiche non mancano. I progettisti originari del borgo contestano il sindaco Settimo Nizzi, ma al di là delle opinioni restano i principi: senza collaudi e senza presa in carico delle opere di urbanizzazione, il Comune non può correre avanti. Lo ha detto chiaramente anche il TAR Sardegna nel novembre 2024, ordinando al Comune di muoversi “senza indugio”. Finora, nulla.

Il punto critico sono gli standard urbanistici. Nel 2018 una ricognizione comunale ammise che, di fatto, le aree a standard non esistono più come previsione attuata: molte sono finite sotto uso privato. E il disavanzo tra quanto previsto nel piano del 1987 e quanto realmente disponibile resta pesante.

La Regione, con le sue note del 2024 e 2025, ha messo nero su bianco i dubbi: il nuovo progetto prevede 49.336 metri cubi di nuove volumetrie, tra pubblico e privato, ma mancano oltre 13 mila metri quadrati di standard. Il Comune propone di recuperarli a Rudalza o addirittura a Olbia città. Un’idea che ha il sapore della toppa: le aree più pregiate restano quelle di Porto Rotondo.

C’è poi un limite legale non trascurabile: l’articolo 20 bis della legge urbanistica sarda vieta ai Comuni non ancora adeguati al Ppr di approvare varianti urbanistiche. E Olbia non lo è.

L’associazione ecologista Gruppo d’Intervento Giuridico ha già presentato un’istanza per dichiarare incongrue le varianti approvate. Sul tavolo ora ci sono Ministero della Cultura, Regione, Soprintendenza e lo stesso Comune di Olbia.

Insomma, tra carte bollate, piani scaduti e standard urbanistici evaporati, Porto Rotondo rischia di vedere crescere altro cemento su basi fragili. L’amministrazione comunale tira dritto, ma le leggi – e le sentenze – raccontano un’altra storia.

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