Eupalla ci ha voltato le spalle: l'Italia resta a casa. Il buio oltre il dischetto

Il Mondiale è un miraggio per la terza volta di fila. La Bosnia ci punisce ai rigori dopo una gara di pura trincea. E un'intera generazione di dodicenni non ha mai visto gli Azzurri nella competizione più bella.

di Simone Arbus e Pasqualino Trubia

Senti anche tu questo sapore amaro in bocca, vero? È il gusto inconfondibile della delusione, quel freddo che ti scende nello stomaco quando capisci che, ancora una volta, l'estate dei Mondiali la passerai a guardare gli altri giocare. Mettiti comodo, amico mio, perché l'analisi di questa disfatta richiede fegato e un briciolo di ironia per non piangere.

Inutile nascondersi dietro al dito della commiserazione o prendersela con la sfortuna. L'Italia, semplicemente, non meritava il passaggio del turno.

Il dono di Eupalla e la maledizione del disimpegno Tutto era iniziato con un sorriso benevolo della dea del calcio, la nostra amata Eupalla. I bosniaci, vittime di quella moda tattica spesso autolesionista che è la "costruzione dal basso", ci regalano un pallone d'oro. Barella ringrazia, Moise Kean tira una cannonata quasi all'incrocio dei legni. Uno a zero e palla al centro. Ma tu lo sai bene: non basta vivere di rendita sugli errori altrui se poi non hai la forza di azzannare la partita. Che cos'è la Costruzione dal basso? È la tattica moderna che impone ai difensori e al portiere di passarsi la palla rasoterra vicino alla propria porta per attirare gli avversari, invece di spazzarla via in avanti. Se fatta male, come nel caso del portiere bosniaco Vasilj, regala letteralmente un assist agli attaccanti avversari.

La trincea e i fischietti Poi arriva il buio. L'ingenuità colossale di Bastoni ci lascia in dieci uomini per oltre un'ora. Certo, possiamo attaccarci al bavero dell'arbitro Turpin, lamentando la mancata espulsione di Muharemovic per quel fallo da ultimo uomo su Palestra. Ma aggrapparsi agli episodi, piangendo miseria a ogni fischio, è lo sport di chi non ha veri argomenti.

In inferiorità numerica, l'Italia di Gattuso si accartoccia su se stessa, passando a un soffertissimo 3-5-1. Kean ha sui piedi il colpo del ko dopo una cavalcata solitaria di cinquanta metri, nata sempre da un errore bosniaco, ma arriva col fiato corto e spara alto. È la dura e sacra legge del pallone: gol sbagliato, gol subito. La Bosnia, spinta da un pubblico infernale, ci schiaccia sulle fasce e trova il meritato pareggio con Tabakovic su un traversone velenoso.

I miracoli di Gigio e la lotteria fatale I supplementari sono un assedio. I nostri esterni soffrono le folate dei padroni di casa, Pio Esposito vaga generosamente nella terra di nessuno e Spinazzola non trova il guizzo. Ci tiene a galla solo un immenso Gigio Donnarumma. Ma ai calci di rigore, anche il nostro ultimo difensore deve arrendersi. Pio Esposito calcia alto, Cristante centra la traversa (un suono sordo che ci rimbomba ancora in testa), mentre il giovane Alajbegovic e il match-winner Bajraktarevic sono glaciali.

Un paese senza memoria (e senza Mondiali) Siamo un popolo strano, noi italici. Nel 2018 abbiamo crocifisso Ventura in pubblica piazza. Nel 2022 siamo stati più clementi con Mancini, addolciti dalla magica (e oggi irripetibile) sbornia dell'Europeo 2020. E oggi? Oggi la Federazione pare aver chiesto a Rino Gattuso e Gigi Buffon di restare in sella, nonostante il fallimento europeo contro la Svizzera e queste macerie mondiali.

Fa tenerezza e rabbia pensare che un bambino nato nel 2014 oggi ha dodici anni e non ha mai visto l'Italia giocare un Mondiale. Chissà se, prima di diventare maggiorenne, riuscirà a provare quella gioia collettiva che rende unica la nostra nazione.

La Bosnia vola meritatamente negli States. A noi resta la poltrona, i rimpianti e una riflessione profonda che, si spera, non sia l'inutile fotocopia di quelle già fatte e dimenticate.

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