Il coraggio di un italiano: ventidue anni dopo il sacrificio di Fabrizio Quattrocchi

Ventidue anni sono un tempo sufficiente a far sbiadire molte cronache, ma non la dignità di un uomo che, in una fossa di Baghdad, decise di dettare le proprie condizioni alla morte. Fabrizio Quattrocchi non era un soldato in divisa regolare, ma un appassionato di arti marziali che aveva accettato un incarico come addetto alla sicurezza in Iraq; quella che allora, con una formula diplomatica un po’ opaca, veniva definita "missione di pace", ma che sul campo era una guerra sporca e senza frontiere.

Era l’aprile del 2004. Tre giorni dopo l'ultima telefonata rassicurante a casa, Quattrocchi venne rapito insieme a tre colleghi. Di quei momenti terribili resta il racconto di Maurizio Agliana, anche lui prigioniero, che confermò come Fabrizio cercò in ogni modo di negoziare, spiegando ai rapitori — rimasti tuttora senza nome e volto davanti alla giustizia — che lo Stato italiano non avrebbe mai ceduto al ricatto del ritiro delle truppe.

Il momento finale è ormai parte della nostra storia patria, quella vera, fatta di carne e orgoglio. Davanti alla fossa, bendato e con la vita appesa a un grilletto, Quattrocchi chiese di rimuovere la benda. Voleva vedere chi lo avrebbe ucciso e, soprattutto, voleva che vedessero lui: chiese di poter morire "come un vero italiano". Una frase che allora scosse un’opinione pubblica distratta e che oggi, a distanza di due decenni, conserva intatta la sua forza morale.

Il resto è il triste resoconto dei ritrovamenti. Ciò che restava del suo corpo fu rinvenuto un mese dopo, abbandonato alle intemperie e agli animali. Per dargli una sepoltura dignitosa fu necessario ricorrere all'esame del DNA, l'acido desossiribonucleico che costituisce l'impronta biologica unica di ogni individuo. Mentre per liberare i suoi tre compagni, stando alle versioni fornite dall’emittente qatariota Al Jazeera, furono sborsati quattro milioni di dollari, per Quattrocchi il prezzo fu altissimo e pagato in proprio.

Lo Stato ha poi reso omaggio a quel sacrificio nel 2006, quando il Quirinale — la sede della Presidenza della Repubblica — gli ha conferito la medaglia d'oro al valor civile. Un riconoscimento postumo che non restituisce un figlio alla famiglia, ma che mette un punto fermo su una vicenda dove, tra le ombre di un conflitto mai del tutto chiarito, risplende la luce di un uomo che non si è lasciato bendare l'anima.

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