Non sono più solo proteste di piazza o comunicati stampa. La battaglia sul fiume Temo si sposta nelle aule di giustizia. Il Comitato "Non Ti Temo", guidato da chi di leggi se ne intende, l’ex magistrato amministrativo Manfredo Atzeni, ha deciso di calare l'asso. Sono stati depositati nuovi esposti alle Procure della Repubblica di Oristano e Cagliari e, per non farsi mancare nulla, anche alla Procura regionale della Corte dei Conti.
L'accusa è pesante: le opere idrauliche in corso per mettere in sicurezza la città rischierebbero, paradossalmente, di renderla più fragile, sprecando nel frattempo denaro pubblico.
Il peccato originale: manca la VIA
Secondo il Comitato, il vizio di forma è enorme e sta a monte di tutto: manca la Valutazione di Impatto Ambientale (VIA). Non si tratterebbe di una dimenticanza burocratica, ma di una strategia precisa.
«Questa grave carenza non si configura come una mera formalità trascurata – scrivono nell'esposto – ma come una scelta politica precisa che ha escluso a monte il controllo pubblico, il confronto sulle alternative e la tutela complessiva del territorio».
Saltando questo passaggio, sostengono gli esponenti, si sono avviati cantieri «privi di una visione d’insieme coerente» che «non garantiscono né la sicurezza dei cittadini né la solidità tecnico-progettuale».
Il canale che non serve a nulla
Entrando nel tecnico, il Comitato punta il dito sul cantiere a monte del Ponte Vecchio, nelle campagne di Santu Lò. Qui si sta scavando il canale "DX6". Sulla carta dovrebbe salvare Bosa, ma secondo Atzeni c'è un'assurdità ingegneristica: il progetto è stato appaltato assumendo che questo canale non debba ricevere le acque del Rio S’Aladerru.
Peccato che proprio quel rio sia indicato nei documenti del Comune come una delle cause principali degli allagamenti.
Il risultato? «Si realizza un canale che non riceverà portate significative, se non quelle di un piccolo canale di dreno, mentre le criticità idrauliche che interessano il centro abitato restano irrisolte». In pratica, si costruisce un'autostrada per l'acqua dove passerà solo un rivolo, lasciando il problema vero irrisolto.
Trenta milioni e una diga mai collaudata
L'operazione complessiva vale circa 30 milioni di euro. Un fiume di denaro che serve a cementificare gli argini basandosi su un presupposto fantasma: la diga di Monte Crispu. Il progetto dà per scontato che la diga riesca a "laminare" (cioè a frenare) le piene. Ma c'è un dettaglio: quella diga, costruita cinquant'anni fa, non ha ancora il collaudo definitivo.
«I soggetti responsabili (ENAS e Ufficio Tecnico Dighe) non sono mai stati coinvolti nei procedimenti decisionali», denuncia il Comitato. Si procede con muri e valvole, senza sapere se il "tappo" a monte terrà davvero.
La richiesta: stop ai lavori
Di fronte a quello che definiscono uno «spacchettamento» dei lotti per aggirare le norme e accelerare la spesa dei fondi PNRR, il Comitato chiede lo stop immediato. La domanda rivolta alla struttura commissariale regionale è la «sospensione cautelativa dei lavori a monte del Ponte Vecchio».
Il timore è che il nuovo muro sulla sponda destra e il canale mal progettato possano «alterare il comportamento del corso d’acqua nella sezione critica del ponte vecchio, aumentando livelli e velocità della corrente a valle, con rischi per pescatori, stabilità del ponte e approdi fluviali».
Bosa finora si è salvata dalle piene grazie all'esperienza storica di chi il fiume lo conosce. Ora, secondo Atzeni e i suoi, il cemento rischia di cancellare quella sicurezza naturale. La parola passa ai magistrati.