In questo caso i miei ricordi non sono molto precisi, tuttavia raccontare certi fatti può aiutare me e
altri a ricostruire piccoli pezzi di vita dell’Alguer vella. La mia età, all’epoca in cui i ricordi si
riferiscono, era tra i 6 e gli 8 anni, quindi nel pieno degli anni ’60. Sa jugava a la placeta del
parroco, avui dedicada a Pasqual Gallo, il capostipite dei cantanti in algherese. Sul muro dove oggi
c’è la Movida, e su quello di fronte della Sede parrocchiale, erano disegnate a pennello e pittura
bianca due porte da calcio, mentre la placeta rappresentava il campo. Sui lati erano stati piantati
dei bagolari (arbre de cicolatina), ancora piccoli per dare il frutto ma abbastanza grandi per
resistere alle nostre pallonate. Le squadre erano formate al massimo de 4 o 5 minjons, meglio
provetti calciatori, una sorta di calcetto ante litteram. Se si era di meno avevamo inventato il
portiere volante, cioè un giocatore che poteva toccare la palla sia con i piedi e sia con le mani.
Per
trovare un vero campo di calcio bisognava andare al Mariotti o al quarter de Sant’Agostì nou,
esattamente dove oggi sorge la chiesa parrocchiale del Santissimo Nome di Gesù e la Scuola
dell’infanzia delle Suore Mercedarie. Qualcosa nasceva anche in zona Maria Pia. Le nostre
partitelle erano senza arbitro, e questo particolare non è insignificante perché spesso finivano a
reguella: Era palo. No, un caxu, era gol. Come tutti i bambini, una volta liberi dal controllo degli
adulti, e era gust a diura les parolacias, anche a voce alta. Quando la disputa non trovava
soluzione si chiedeva a qualche rarissimo spettatore. Tu cosa has vist? Per me éra palo. Altra
baralla: tu s’és xulpo! Ovviamente a protestare era il presunto goleador, che come tutta risposta
riceveva gli affettuosi complimenti del tipo offeso: mi que no sés Gigi Riva! Endreceta lo peu, xiapì!
Più di una volta, anzi spesso, durante la partitella si sentiva un suono cupo di campana: Doooonnn!
Noi si continuava a giocare ma dopo un po’ di nuovo Doooonnnn!!! A ritmare i colpi era Baidamè,
il sacrestano della Cattedrale, che in questo caso suonava un’agonia, Doooonnnnnn, un colpo
triste di campana che avvisava gli abitanti dell’Alguer vella que calqui ù, o una, era mort! Le madri
s’afinestravan e a voce alta si chiedevano: ha tocat un’agonia, qui és mort? La pregonta feva lo gir
dels carrarols, e allo stesso modo la risposta. In pochi minuti l’informazione raggiungeva tutte le
case e chi poteva si preparava per andare in pellegrinaggio alla casa del defunto o della defunta.
Lungo in percorso si sentivano già le prime commemorazioni funebri: Deu sa l’ha prés massa jova!
Cosa dius, teniva de més de seixant’ans! Jova era mon pare que ès mort a coranta! C’erano anche
le delatrici, che si recavano dal morto per provarne soddisfazione: qui oma mal, que’l bruji lo foc
dell’infern! La regola valeva anche per noi bambini, che potevamo riprendere a giocare solo dopo
aver fatto visita al morto, in genere persona conosciuta. Oggi si tende a evitare che i bambini
facciano questo tipo di esperienza, mentre per i bambini di allora era qualcosa di normale. La casa
del defunto era aperta a chiunque volesse entrare, facilmente individuabile dal vociare delle
donne che recitavano il rosario, raramente piangevano come usano le donne sarde, intendendo
per sardi i non nati ad Alghero. Di visite ne feci davvero tante e mi sono rimasti impressi i volti
smunti e pallidi, le mani bianche e callose che spuntavano dalle maniche, le unghie lunghe e
annerite dei più anziani, intendendo per anziani uomini e donne che avevano superato appena i 60
anni. La fatica dei lavori manuali segnava i corpi molto più di quanto possa capitare oggi. Noi
bambini però si rimaneva poco a fare companyia al mort, che per condizione no pogueva manco
saludar , per cui era sufficiente averlo visto, di solito disteso sul letto e col vestito e le scarpe della
festa.
Ci aspettava il finale di partita e la morte era come una pausa tra un primo e un secondo
tempo, talmente familiare da non destare alcun turbamento, il ciclo normale della vita a cui però
si portava rispetto! Il pallone di solito era un Supertele, di plastica leggera e quasi sempre un po’
sgonfio. Se il tiro era debole non prendeva velocità, se il tiro era forte svariava, cioè prendeva
tutt’altra direzione, per cui i tiri a effetto erano praticamente tutti casuali. Sul lato della sede del
parroco ancora oggi c’è un giardino recintato. A protezione della privacy e per allontanare i ladri, il
recinto era stato avvolto di filo spinato. Preso dalla futa per il presunto gol annullato, Millelire tirò
così forte che il pallone svariò in una direzione strana, lo Peixet abile difensore lo deviò e guarda
caso la boxa puntò il filo spinato. Foradada! Si intuisce che arrivati a questo punto il più sfortunato
era lo duenyo de la boxa, rassegnato al triste destino e impossibilitato a individuare un
responsabile, men che meno a reclamare un rimborso, èran tots senza moneda! Tutto finito? No,
finit un joc na comencava un altro, com lo salt all’argila, de la muralla dret al port!