Riforma Barracelli, Li Castri all'Anci: «Non facciamo volontariato, la Regione riconosca le funzioni di polizia rurale»

Per entrare in una compagnia barracellare occorre una scelta volontaria. Il servizio che segue comporta compiti, obblighi e responsabilità stabiliti dalla legge. Su questa distinzione Nicolò Alberto Li Castri, presidente della Confederazione Barracellare Regionale e segretario Confsal, costruisce la sua replica alle osservazioni dell’ANCI Sardegna sulla riforma in discussione in Consiglio regionale. «L’adesione alla Compagnia può essere volontaria. L’attività barracellare, invece, non è "volontariato" nel senso comune del termine», scrive Li Castri. La sua tesi è che la nuova disciplina debba riconoscere con maggiore chiarezza il lavoro che le compagnie già svolgono.

Il confronto riguarda la proposta di legge 227, presentata da Michele Ciusa, del Movimento 5 Stelle, e Roberto Deriu, del Partito Democratico. Il testo intende sostituire la legge regionale del 1988 e definisce le compagnie come organi sussidiari di polizia locale rurale: strutture che concorrono alla sicurezza del territorio, dipendenti funzionalmente dal Comune. È ancora una proposta all’esame della commissione.

Durante l’audizione, l’ANCI, l’associazione dei Comuni, e l’Unione delle Province hanno condiviso la necessità di una revisione complessiva della disciplina. Hanno però chiesto di chiarire le conseguenze del nuovo assetto. Nel resoconto diffuso dal Consiglio regionale le domande sono esplicite: «Quale sarà il rapporto tra il barracello e il Comune? Quali saranno le responsabilità dei sindaci davanti al nuovo modello? E quanto costa a regime la riforma, soprattutto per i piccoli Comuni?».

La presidente dell’ANCI Sardegna, Daniela Falconi, si è impegnata a presentare proposte di modifica. Le preoccupazioni riguardano dunque l’organizzazione del servizio, le responsabilità e la sua sostenibilità economica. Li Castri contesta che l’inquadramento nella polizia rurale possa essere trattato come una novità. Su questo punto la legge vigente offre un riferimento preciso: già l’articolo 1 della legge regionale 25 del 1988 colloca l’istituzione e il potenziamento delle compagnie nell’esercizio delle competenze regionali in materia di polizia locale e rurale. L’articolo 13 subordina inoltre l’effettiva entrata in servizio all’attribuzione della qualifica di agente di pubblica sicurezza da parte del prefetto.

La stessa legge, all’articolo 8, richiama però il principio del volontariato per la costituzione delle compagnie e il reclutamento dei componenti. È qui che nasce il nodo: quale significato attribuire a quella parola quando chi aderisce entra in un’organizzazione disciplinata dalla legge e chiamata a esercitare funzioni pubbliche? 

Un chiarimento è richiamato nella relazione che accompagna la riforma. I proponenti citano una nota del Ministero del Lavoro del 9 ottobre 2020, secondo la quale il riferimento al volontariato riguarda la volontarietà dell’ingresso nella compagnia e non permette di qualificare automaticamente i barracelli come volontari ai sensi del Codice del Terzo settore, la normativa che regola quel mondo associativo. Il riferimento è quindi documentato nella relazione consiliare. Il progetto precisa inoltre che i barracelli non sono dipendenti comunali contrattualizzati. 

La replica investe anche il tempo trascorso. La disciplina del 1988 ha ormai trentotto anni. Li Castri ricorda che il suo articolo 33 prevede una conferenza regionale ogni tre anni per esaminare problemi di applicazione, funzionamento e coordinamento delle compagnie, con la partecipazione anche dell’ANCI. La convocazione compete all’assessore regionale: il confronto istituzionale, almeno sulla carta, era previsto fin dall’origine.

Infine, la formazione. Il programma presentato dalla Regione nel maggio 2023, in collaborazione con l’ANCI Sardegna, prevedeva quattordici seminari per ventuno ore complessive, come corso di base al quale sarebbero seguiti percorsi specifici per comandanti, ufficiali e segretari. Li Castri chiede che la preparazione comprenda un confronto con le esperienze degli operatori: «Perché non si può pretendere di formare adeguatamente chi opera sul territorio senza ascoltare chi quel territorio lo vive ogni giorno».

La richiesta della Confederazione resta quella di arrivare a una disciplina capace di dare certezze a chi presta servizio. Li Castri la riassume così: «Quello che manca non è la loro identità. Manca una normativa moderna che abbia finalmente il coraggio di riconoscerla, organizzarla e tutelarla senza ambiguità».

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