Cagliari, il punto che pesa più del risultato

  Zero a zero. Un risultato che, letto così, sembra un pareggio da archivio polveroso. E invece dentro quel doppio zero c’è una fotografia piuttosto nitida del Cagliari di oggi: ordinato, compatto, cresciuto. Non ancora cinico. Ma decisamente più consapevole. Contro la Lazio non era la serata dei fuochi d’artificio, era la serata delle cerniere tirate su fino al mento. Linee strette, distanze corte, esterni pronti ad aggredire lo spazio. La squadra di Pisacane ha scelto di essere adulta. E nel calcio, l’età adulta significa una cosa sola: sapere cosa non fare. Il Cagliari non ha fatto sciocchezze. Che già, considerata la stagione a montagne russe, è un progresso sostanziale. La fascia destra è stata il lato forte dell’energia rossoblù. Palestra ha giocato con leggerezza e personalità, trovando anche un gol da copertina annullato per fuorigioco: un capolavoro che è durato il tempo di un’esultanza strozzata, ma che resta come segnale tecnico e mentale. Là si è vista la possibilità concreta di fare male. In mezzo, Sulemana e Adopo hanno lavorato come operai specializzati: pochi fronzoli, molta sostanza. Recuperi, inserimenti, letture puntuali.

  Non è stato un centrocampo di poesia, ma di affidabilità. E in questo momento storico, l’affidabilità vale oro. Dietro, Caprile ha messo la firma sul risultato con due interventi decisivi nei minuti finali. La porta inviolata non è solo una statistica: è un messaggio. Significa che la squadra sa soffrire senza scomporsi. Significa che, anche quando l’inerzia prova a girarsi dall’altra parte, c’è una struttura che tiene. Certo, l’inferiorità numerica dopo il cartellino a Mina ha aggiunto tensione a una gara già tesa di suo. Ma il dato interessante non è l’episodio in sé: è la reazione collettiva. Nessun crollo, nessuna frenesia, nessuna smania di buttare via tutto. Solo ordine e sacrificio. È maturità. O, se preferiamo dirla con un filo di ironia, è finalmente l’abbandono della fase “adolescenza calcistica”. Resta il nodo del cinismo. Il Cagliari costruisce, si propone, occupa bene gli spazi. Ma al momento decisivo manca ancora quella ferocia serena che trasforma una buona prestazione in tre punti. Non è un problema tattico. È un problema di convinzione, di abitudine alla vittoria. La differenza tra “ci siamo quasi” e “eccoci”. Pisacane, però, ha un merito evidente: la squadra oggi ha un’identità riconoscibile. Sa quando alzarsi, sa quando abbassarsi, sa dove vuole portare la partita. Per mesi si è parlato di trovare la quadra. Ecco, la quadra adesso c’è. Non è ancora perfetta, ma non è più un miraggio. Lo zero a zero con la Lazio non fa rumore, ma consolida. Non entusiasma, ma rassicura. È un punto che non cambia le narrazioni epiche, ma cambia le abitudini. E le abitudini, nel lungo periodo, fanno le stagioni. Il Cagliari di oggi non è ancora una squadra che domina. Ma non è più nemmeno una squadra che si disunisce. È un gruppo che ha imparato a stare dentro la partita. E a volte, prima ancora di vincere, bisogna imparare proprio questo. La classifica si muove di poco. La percezione, forse, un po’ di più. In un campionato in cui ogni errore si paga a caro prezzo, restare compatti è già una forma di intelligenza competitiva. Adesso il passo successivo è semplice da dire e complicato da realizzare: trasformare la solidità in ambizione. Il pareggio contro la Lazio non accende i riflettori. Ma accende una domanda interessante: se questa è la base, quanto può crescere questa squadra quando troverà anche la spietatezza sotto porta? Per ora ci si prende il punto. E si lavora perché il prossimo zero, magari, resti solo dalla parte giusta del tabellone.

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