L'eco di "Alghero", celebre brano di Giuni Russo, a quarant'anni dalla sua uscita non produce armonie sulle coste sarde, ma un aspro scontro politico. La mancata celebrazione estiva, sfumata dopo un lungo braccio di ferro sui costi, ha trasformato i banchi della politica cittadina in un'arena dove si fronteggiano due visioni diametralmente opposte dell'amministrazione della res publica. Da una parte Alleanza Verdi e Sinistra (AVS), forza di maggioranza a sostegno della Giunta guidata dal sindaco Cacciotto, che rivendica la tutela delle casse pubbliche; dall'altra Fratelli d'Italia (FdI), all'opposizione, che denuncia un'incompetenza gestionale sfociata in una severa lesione al prestigio cittadino.
Il casus belli è noto: l'ipotesi di un evento tributo originariamente stimato intorno ai duecentomila euro per una singola serata, il 31 luglio. Un progetto conclusosi con un nulla di fatto dopo il rifiuto, da parte degli organizzatori, di un format alternativo valutato centomila euro e proposto dall'amministrazione.
La tesi della maggioranza: l'etica del bilancio contro il "populismo"
La posizione di Alleanza Verdi e Sinistra si fonda su un principio di pragmatismo economico, unito a un attacco frontale agli avversari. In una nota diramata nella serata di ieri, AVS definisce la reazione dell'opposizione ricorrendo a termini netti: «Da FdI populismo a corrente alternata. La nostra scelta è la responsabilità».
Il termine populismo, derivante dal latino populus (popolo), indica qui – nell'accezione usata da AVS – la tendenza politica a blandire le masse cavalcandone le emozioni, senza però curarsi della reale sostenibilità delle scelte proposte. I Verdi e la Sinistra accusano la destra di aver sistematicamente utilizzato lo strumento dell'accesso agli atti (il diritto fondamentale dei consiglieri di esaminare i documenti della pubblica amministrazione per garantirne la trasparenza) per «fare le pulci a ogni centesimo», salvo poi tramutarsi improvvisamente in «paladini dello spreco» di fronte a un evento così oneroso.
La rinuncia al concerto, precisano da AVS, non ha radici ideologiche. Le parole sono chiare: «Non si è trattato, dunque, di un atto ideologico, ma di una scelta di buon senso dettata da alcuni fattori critici». Tra questi fattori vengono elencati l'inutilità strategica di una data (il 31 luglio) in cui la città registra fisiologicamente il tutto esaurito, l'assenza di garanzie matematiche sui rientri della bigliettazione e un calendario estivo già saturo di eventi. Il fine ultimo, ribadisce la maggioranza, è il dirottamento dei fondi verso necessità primarie: «Mentre la destra piange per un concerto saltato, Alleanza Verdi e Sinistra Alghero ha una visione ben definita di una città più giusta scegliendo di investire sui servizi a beneficio della collettività».
L'antitesi dell'opposizione: il danno d'immagine e l'accusa di dilettantismo
La replica del coordinamento cittadino di Fratelli d'Italia, giunta alle prime luci di stamani, sposta l'asse della contesa dai numeri al metodo, introducendo un concetto che dal diritto amministrativo sconfina nella cronaca politica: il danno d'immagine. L'incipit di FdI è tranciante: «O non hanno letto, o non hanno capito. E dopo il danno d’immagine causato alla città, farebbero meglio a prestare più attenzione prima di produrre l’ennesima brutta figura». Nel diritto pubblico, il danno d'immagine non si riduce a una banale caduta di stile. È una lesione profonda del prestigio, del decoro e della credibilità di un ente agli occhi dei consociati e dell'opinione pubblica. Ed è esattamente questo il capo d'imputazione mosso da FdI alla Giunta Cacciotto: aver esposto la città di Alghero a una gogna e a una polemica di caratura nazionale.
L'opposizione smonta la narrazione del rigore finanziario di AVS puntando il dito sulle tempistiche dell'operazione. «Se avessero avuto a cuore la disciplina di bilancio», si legge nel comunicato, «non avrebbero neppure fatto avviare una trattativa lunga un anno per un evento da 200mila euro per un giorno solo». Per FdI, dunque, non si è trattato di una scelta di responsabilità maturata con oculatezza, ma di una grave incapacità nella conduzione della cosa pubblica: «Siamo davanti al più semplice dilettantismo, che ha prodotto un danno d’immagine enorme per la città, esposta pubblicamente a una polemica nazionale».
A corollario, il partito di Giorgia Meloni difende strenuamente le proprie prerogative di controllo democratico ("Gli accessi agli atti continueranno") e chiude la nota con una richiesta perentoria che segna lo zenit dello scontro: «In due anni non siete stati in grado di occuparvi seriamente di nessuno dei temi per cui vi siete candidati. Fate un favore alla città e dimettetevi».
Il nodo da sciogliere
Di fronte a questa dicotomia dialettica e amministrativa, il fatto impone una riflessione aperta. Da un lato troviamo la strenua difesa della spesa sociale e il rifiuto categorico di esborsi percepiti come insostenibili per una sola notte di musica; dall'altro la critica feroce a una macchina burocratica e politica accusata di aver prolungato per dodici mesi una trattativa forse velleitaria, finendo per ledere la reputazione di una meta turistica d'eccellenza.
L'onere della spesa pubblica deve necessariamente piegarsi alle spietate leggi del marketing territoriale o, al contrario, l'attrattiva mediatica deve sapersi fermare dinanzi ai vincoli ferrei del bilancio sociale?