Il presidente di FederPetroli replica all’ipotesi di chiedere un contributo alle grandi aziende. Ma l’anticipo fiscale già previsto dal governo è diverso da una nuova tassa. E la proposta sulle forniture russe incontra le sanzioni europee.
Quando la benzina rincara, la politica cerca denaro per dare sollievo a chi la compra. Matteo Salvini propone di chiederne anche alle grandi aziende dell’energia. Michele Marsiglia, presidente di FederPetroli Italia, gli risponde che la strada è sbagliata e porta ad esempio Eni.
«Pensiamo che il ministro Salvini possa essere già ben contento, visto l'anticipo di imposta sugli utili che ha fatto Eni. L'azienda energetica nazionale sta salvando lo Stato italiano in questa grossa crisi».
Qui occorre fermarsi un istante, perché le parole “anticipo” e “tassa” non indicano la stessa cosa. Il decreto legge del 26 agosto obbliga i grandi gruppi energetici che rispettano determinati requisiti, tra cui ricavi consolidati superiori a 20 miliardi di euro, ad anticipare una parte delle imposte legate ai dividendi, cioè agli utili distribuiti agli azionisti. La quota è pari al 39 per cento delle ritenute e delle imposte sostitutive calcolate secondo il meccanismo previsto dal decreto. Quando i dividendi saranno effettivamente pagati, le società potranno utilizzare un credito d’imposta di pari importo. Lo Stato incassa prima; non acquisisce, per questo solo anticipo, una nuova entrata definitiva. Il testo fissa il versamento entro il 30 novembre: dalle dichiarazioni di Marsiglia non si può dunque ricavare, senza un riscontro ulteriore, quanto Eni abbia già versato.
Marsiglia non vuole che a quel meccanismo si aggiunga un altro prelievo. «Ovviamente tassare i gruppi petroliferi non è la soluzione», sostiene. E spiega: «Se non intervengono su manovre, su provvedimenti strutturali, se non intervengono con una strategia e con una politica mirata, chiedere anticipazioni e tasse alle aziende, visto che sono fatte di persone, non è la cosa migliore per il prodotto interno dell'Italia».
Che una tassa sia una cattiva soluzione è però il giudizio del presidente di FederPetroli, non una conclusione obbligata dai fatti. Una nuova imposta sugli eventuali profitti eccezionali sarebbe un provvedimento diverso dall’anticipo già stabilito per legge. Per valutarla bisognerebbe sapere chi dovrebbe pagarla, su quali utili, per quanto tempo e con quale destinazione delle risorse. La Commissione europea ha chiarito che gli Stati membri possono adottare misure fiscali sui profitti straordinari delle imprese energetiche, valutandone gli effetti sul mercato comune.
Marsiglia indica poi un’altra direzione per frenare i rincari: «Il ministro Salvini sa quale è il primo passo che bisogna fare per mettere freno al caro carburante, alla crisi energetica dell'Italia. Pochi mesi fa, eravamo concordi su una possibile apertura alla Russia».
La proposta apre una questione che va oltre un accordo tra un ministro e un fornitore. L’Unione europea vieta l’importazione di petrolio russo trasportato via mare e di determinati prodotti petroliferi; ha inoltre avviato il percorso normativo per porre fine alle importazioni di gas dalla Russia. Esistono eccezioni e scadenze differenti, ma una ripresa generalizzata degli acquisti non sarebbe una decisione che l’Italia possa prendere da sola lasciando intatto il quadro europeo.
Una domanda accomuna, pur nelle risposte opposte, Salvini e Marsiglia: come alleggerire il conto pagato ogni giorno da famiglie e imprese? Un anticipo fiscale dà liquidità allo Stato; una nuova tassa potrebbe finanziarne gli interventi; cambiare fornitori richiederebbe scelte politiche e commerciali assai più ampie. Nessuna di queste formule, pronunciata da sola, dice ancora di quanti centesimi scenderebbe il prezzo alla pompa. È lì che la discussione dovrà infine misurarsi con la realtà.